Gli eredi del Pci e la lezione di Donat-Cattin

Di che pasta politica, ma anche umana, siano i presunti riformisti del post-comunismo italiano lo hanno confermato i dirigenti diessini disertando la cerimonia svoltasi nei giorni scorsi nella Sala della Lupa, a Montecitorio, per la presentazione del volume dei discorsi parlamentari di Carlo Donat-Cattin. Del quale peraltro sta per ricorrere il quindicesimo anniversario della morte, avvenuta per complicazioni dopo un intervento al cuore indebolito non tanto dall’età quanto dalle tragedie abbattutesi su un uomo che pure sembrava forte abbastanza per superarle indenne. Aveva, poveretto, perduto due volte il figlio Marco: la prima scoprendone la partecipazione al terrorismo e la seconda, dopo essere riuscito a recuperarlo pienamente da quella sanguinosa avventura, vedendoselo strappare dalla morte, travolto mentre tentava generosamente di prestare soccorso in un incidente stradale provocato dalla nebbia.
Gli eredi del Pci non hanno perdonato a Carlo Donat-Cattin neppure da morto l’ostinata resistenza da lui opposta nella Dc, come leader della sinistra sociale chiamata «Forze Nuove», al progetto berlingueriano del compromesso storico. I comunisti cercarono in tutti i modi di demonizzarne la figura e di neutralizzarne l’azione. A dispetto delle sue origini sindacali e della spinta decisiva da lui data come ministro del Lavoro all’approvazione dello Statuto dei diritti dei lavoratori, lo catalogarono sprezzantemente a destra. Lo avrebbero fatto poi anche con Bettino Craxi, colpevole di avere sottratto il Psi al loro controllo.
Nel passaggio dall’astensione al voto di fiducia al governo monocolore dc realizzato da Giulio Andreotti dopo le elezioni politiche del 1976 il Pci pose come condizione la decapitazione ministeriale di Donat-Cattin, oltre che di Antonio Bisaglia. Non avendola ottenuta per il rifiuto imposto da Aldo Moro in un tormentato vertice democristiano, annunciarono che non avrebbero più votato la fiducia. Si rassegnarono a farlo solo perché il dibattito parlamentare divenne un’emergenza istituzionale di fronte al tragico sequestro di Moro, avvenuto proprio mentre il governo si presentava alle Camere.
Tornati, peraltro spontaneamente, all’opposizione all’inizio del 1979 con la riserva di riprendere a tessere dopo un nuovo turno anticipato di elezioni la tela del compromesso storico, i comunisti furono transennati da Donat-Cattin. Il cui famoso «preambolo», elaborato con Arnaldo Forlani e Bisaglia, sancì al congresso democristiano del 1980 la piena ripresa dell’alleanza di governo con i socialisti. Neppure quando fu costretto dalla vicenda terroristica del figlio Marco a dimettersi dalla vice segreteria unica della Dc, alla quale era stato nominato per impedire al segretario Flaminio Piccoli di sbandare, Donat-Cattin smise di battersi per evitare retromarce politiche. Denunciò i finanziamenti illeciti del Pci dall’Est e rimase sino alla morte, anche con l’assunzione di importanti responsabilità di governo, a guardia della collaborazione con il Psi di Craxi.
L’assenza dei vari Fassino, D’Alema e Violante dalla cerimonia del 31 gennaio prova che, pur avendo cambiato più volte nome e simbolo, il loro partito non ha chiuso per niente i conti con il passato, ma lo perpetua. Non stupisce che abbia disertato il ricordo di Donat-Cattin quella mattina anche l’ex segretario della Dc Ciriaco De Mita. Che ha cambiato fiori, passando dai gigli alle margherite, ma non abitudini.