Eredità Caracciolo, il testamento apre la guerra per il tesoro

Eredità contestata. Il principe editore si ricorda di Jacaranda, ma non dei figli naturali.
Nulla per Carlo De Benedetti a cui non è dedicato nemmeno un rigo. In gioco <em>Liberàtion</em>, l'<em>Espresso</em>, Eurosanità e le tenute di Torrecchia e Garavicchio

Aveva ragione Machiavelli: il principe deve essere golpe e lione. Golpe per conoscere i lacci, lione per sbigottire i lupi. Un altro fiorentino, nato alcuni secoli dopo, principe pure isso, di nome Carlo e di cognome Caracciolo casato di Melito ha provveduto ad eseguire le indicazioni del Nicolò.
Riferiscono del testamento che è stato visto, letto, pubblicato ieri da Milano Finanza: roba grossa per le persone coinvolte, di poco peso per le pagine scritte, cinque in tutto, in tempo brevissimo, lo spazio di ventotto minuti, alla presenza di Fabio Ricci, notaio in Aprilia, addì agosto dell’anno duemila e sei, nel sito di Torretta Vecchia, una delle dimore di riflessione e di piacere della famiglia. Caracciolo ha pensato a tutto, non propriamente a tutti.
Direi subito che tra i trascurati, dimenticati o evitati risulta nientepopodimenoche Carlo De Benedetti al quale non è stata lasciata nemmeno una penna stilografica o biro, anzi, per fare un esempio, il Principe editore si è ricordato di avere appesi nel proprio ufficio, in Cristoforo Colombo civico 149 a Roma, tre quadri di Schifani. Ha voluto che due di queste opere del maestro siculo passassero a Marco Benedetto e la terza a Gianluigi Melega, per l’ingegnere che resta in attesa della tessera numero 1 del Partito democratico, niente, nemmeno la cornice con fotografia e dedica, un ricordo affettuoso, un rigo di saluto e bacio.
Vanno così le cose tra coloro che posseggono e che, oltre alle proprietà, hanno anche figli ed eredi cui badare. Nel caso in questione, poi, potrebbe venir fuori un pasticciaccio romano, perché l’erede unica, ufficiale è individuata per iscritto in Jacaranda, figlia di Anna Cataldi Falck, allora compagna di amore e di vita del principe, poi andata a nozze con Fabio Borghese e da quel giorno adottata e dunque Caracciolo per intenderci a tutti gli effetti, oltre a essere giornalista del settimanale Espresso.
Ma il paese è piccolo e la gente mormora: Carlo Caracciolo era uomo di vita, si dice che in giro circolerebbero altri figli naturali, due di questi, i fratelli Revelli, Carlo e Margherita sarebbero i più inquieti, anzi, secondo le voci del paese di cui sopra, sarebbero pronti a impugnare le carte, il testamento, l’eredità, per il riconoscimento della paternità di cui il principe non ha mai parlato o scritto. Anche perché i fratelli agitati hanno saputo, letto, sono stati informati che i beneficiari sono altri e diversi e tutto, ormai, sta nelle mani e nella mente dell’avvocato Martinetti, dello studio Ripa di Meana.
Non è roba da poco, l’avvocato infatti dovrà leggere, controllare, verificare l’asse ereditario, capire chi e che cosa e, in contemporanea, provvedere alla gestione e amministrazione dell’intero patrimonio, trattasi di oggetti e, insieme, di immobili, di azioni, partecipazioni, varie ed eventuali, con sedi in Italia e all’estero.
Si va dall’Espresso a Libération, da Eurosanità (tra i soci risulta anche Giuseppe Ciarrapico, ma guarda un po’!) alla tenuta di Torrecchia (dove fu dettato e redatto il testamento) comunque passata a Jacaranda, o a una fetta della tenuta di Garavicchio che fa parte della società Tre Casali, ereditata da Uberto, Caterina e Guido Visconti di Modrone, figli di Violante, la moglie che fu del Principe.
Storia complicata per gli osservatori esterni ma perfetta per l’araldica di famiglia. Per confermare l’indicazione, segnalo che i parenti piemontesi, gli Agnelli (Allegra è sorella del principe), stanno vivendo turbamenti analoghi, tra Margherita e Marella, figlia e madre alla voce eredità di Gianni. La stessa Margherita ha messo la firma come artista pittrice dell’affresco che decora la cappella della tenuta Garavicchio di cui sopra, dove riposano le ceneri del principe appena spentosi.
Poi ci sono gli amici, quelli che vivono, abitano, come locatari, ma oggi usufruttuari delle case di proprietà di Caracciolo, dicesi di Ettore Rosboch, Donata Zanda, Marco Benedetto e della grande consigliera, Milva Fiorani, alla quale viene riservato non un mazzo di rose ma due milioni di euro.
Visto che siamo nel vile denaro il testamento dedica mezzo milione al Caracciolo junior, Nicola, la stessa cifra ancora a Melega e Rosboch (a quest’ultimo anche quote di società) e, a dimostrazione del proprio spirito ed eleganza nobiliare, il Principe non si è dimenticato dei collaboratori, degli assistenti e dei domestici, i fedeli che lo hanno accompagnato e seguito nel lavoro e nel vivere quotidiano. Insomma un pensiero per tutti fatta eccezione, come già detto per l’Ingegnere che non abbisogna, forse, di ulteriori lasciti.
O forse perché Carlo Caracciolo di Melito si è ricordato, anche nel momento più critico della sua dolce esistenza, delle pagine illustri dell’illustre concittadino: ha voluto essere golpe e lione. Ha così evitato i lacci e sbigottito i lupi. Qualsiasi riferimento a persone e personaggi di questa storia è puramente voluto.