Ergastolani e ladri in missione tra gli stand

Hanno ucciso e rubato. In trasferta a Rimini si confrontano in vista del loro futuro: «Racconteremo la nostra esperienza agli altri detenuti»

nostro inviato a Rimini

«Non vedo l’ora di rientrare in carcere. Per raccontare ai miei compagni quello che ho vissuto qui con voi». Quando venerdì sera Franco Zornetta, ergastolano, sale su un palco allestito sul momento e prende il microfono, è quasi ora di rientro. In penitenziario. Il suo orario di permesso, ottenuto insieme ad altri dieci detenuti, parla chiaro: 8.30-23. Ma al Meeting quella sera si festeggia. C’è gente un po’ ovunque, tra i padiglioni della Fiera. E prima di tornare all’istituto di pena, a Rimini, dopo il temporaneo trasferimento da Padova, c’è tempo per intonare qualche strofa in napoletano. Insieme alle centinaia di ciellini (napoletani, trentini, kazaki, spagnoli) che si raccolgono dinanzi allo stand della mostra. La mostra sui reclusi, ma non solo, che prende il titolo da un passo della Divina Commedia, «Libertà va cercando, ch’è sì cara», visitata ogni giorno da migliaia di persone. Quella inaugurata giorni fa dal Guardasigilli, Angelino Alfano, che porta un sottotitolo piuttosto emblematico: «Vigilando redimere».
Si canta, si scherza. Detenuti e agenti penitenziari, fianco a fianco, con la chitarra e il tamburello. Non c’è compassione, né si cerca di commuovere la platea. L’emozione viene fuori magari senza volerlo. E nessuno, ribadiscono in coro i diretti interessati, chiede favoritismi, figuriamoci sconti di pena. Gli undici detenuti (10 provengono dalla città veneta, 1 da Como) presenti al Meeting, dipendenti del Consorzio Rebus di Nicola Boscoletto, da anni provano ad aprirsi, da dietro le sbarre, una «seconda porta». C’è chi rifinisce gioielli Morellato, chi risponde al call-center, chi assembla valigie Roncato, chi si occupa di ceramica, chi fa il pasticciere e inforna biscotti (5 euro) o panettoni (20 euro, da prenotare magari per Natale).
In ogni caso, tutti cercano la strada alternativa. Anche Zorbetta, due ergastoli sul groppone, con condanne per 198 anni (ne ha scontati 17). Una sequenza di reati non indifferente, commessi nei primi anni Novanta. «Ero un vero delinquente e non voglio nemmeno giustificare l’omicidio che ho commesso con la scusa della legittima difesa», chiarisce il friulano, 43 anni, nato a Pordenone, dove «chi sbaglia viene punito in maniera esemplare». Papà di una figlia diciannovenne, divorziato. Adesso, dice, «grazie al mio impiego e alle persone vere che mi circondano, mi sento pieno». Ma anche un po’ segnato dall’esperienza ciellina. «Mi sento in missione e non vedo l’ora di riferire ai miei amici in carcere, soprattutto a Marino Occhipinti e Alberto Savio, che mi hanno aiutato tanto in questi anni». Savio e Occhipinti, due componenti della banda della Uno bianca? «Sì, proprio loro». Zornetta si commuove. Suda, si asciuga la fronte di continuo. Poi saluta, torna alle sue cose da fare. Poco più in là, al tavolo con i dolci, c’è un cinese di 26 anni: Ye Wu. Anche lui ha ucciso. Appena maggiorenne è entrato in galera, ne uscirà tra due mesi. In carcere è anche suo padre. Dice in un buon italiano: «Mai vista tanta gente. Qui al Meeting non mi sento solo, avverto un affetto grandissimo». Al suo fianco sbuca Wellington Alvarez Hernandez, trentaduenne di Santo Domingo (fine pena 2012). «Cosa provo a stare fuori? All’inizio avevo paura della reazione delle persone, ma poi mi sono accorto che non ce n’era motivo».
La kermesse Cl volge al termine. E c’è aria di smobilitazione. Ma all’ingresso della mostra si notano ancora gli agenti in divisa. Quelli che dentro il carcere stanno dall’altra parte. Stavolta, però, non stanno lì per controllare. I detenuti hanno i loro bei permessi, e questo basta. «Siamo qui per dare la nostra testimonianza, affinché la realtà carceraria sia rappresentata appieno e in maniera completa», spiega Valentino Di Bartolomeo, comandante circondariale di Chieti, il più alto in grado tra i circa quindici poliziotti presenti. «La pena va scontata per intero, su questo non si discute - aggiunge -. Ma non vuol dire che il percorso di recupero, anche se lungo, non debba essere fatto in maniera ottimale. Mi spiego così: i pazienti vengono dimessi dall’ospedale quando sono guariti. E anche noi, fatte le debite differenze, dobbiamo mirare a questo».