Ergastolo ai minori: America divisa

Hanno meno di 18 anni, non hanno ucciso ma sono condannati al carcere a
vita senza sconti. Sono cento in tutto: due di
loro chiedono di dichiarare "incostituzionale" la pena
senza termine

Washington - Non hanno mai ucciso. Eppure rischiano di passare la vita in carcere per delitti commessi quando erano ancora minorenni. E ora l’America si interroga sulla «crudeltà» di quella pena. A quattro anni di distanza dall’abolizione delle condanne a morte per gli under 18 che si sono macchiati di omicidio, la Corte Suprema è chiamata a decidere sull’ergastolo inflitto ai suoi adolescenti. I giudici non dovranno stabilire la sorte di tutti i 2.500 detenuti condannati al carcere a vita per reati commessi quando avevano meno di 18 anni. La maggior parte sono stati condannati per omicidio e crimini di analoga gravità. La loro pena è considerata commisurata al delitto compiuto. In gioco c’è il destino dei 109 che scontano il carcere a vita nonostante non abbiano ucciso.

Storie di rapine ma anche di crimini peggiori come lo stupro. Storie di ragazzi che hanno perso la testa, di degrado, ma non di sangue. I tribunali americani hanno deciso e in questi cento casi hanno emesso sentenze che prevedono il carcere a vita, senza possibilità di uscire di prigione prima della fine della pena per buona condotta. Ma due di loro non ci stanno. E per questo hanno chiamato in causa la Corte Suprema. Violazione dell’ottavo emendamento, dicono. Sostengono di essere vittime di una punizione «crudele e inusuale». Di più: incostituzionale. Perché di mezzo, nei delitti che hanno commesso, non c’è il sangue. E loro così giovani al momento del crimine chiedono di avere il diritto alla riabilitazione. Una possibilità. E non la prospettiva delle sbarre per il resto dei loro giorni. Perché questa prospettiva sarebbe analoga a quella di una condanna a morte e già nel 2005, nel caso «Roper v. Simmons» l’America ha voltato pagina e ha messo fine alle esecuzioni per i minori.

È una questione in punta di diritto, come sempre, quella che la Corte Suprema è chiamata ad affrontare. Ma è ovviamente anche una questione politica e sociale, un banco di prova per la giudice di origini latinoamericane Sonia Sotomayor. Perché gli Stati Uniti sono l’unico Paese al mondo che applica il «life without parole», l’ergastolo senza sconti di pena per i minorenni. Tra di loro Joe Sullivan: aveva 13 anni quando fu condannato per violenza su una donna di 72. Oggi ne ha 34, venti dei quali passati in carcere professandosi innocente e chiede che quella voce - pena senza fine - sia cancellata. «Dire a un bambino di 13 anni che passerà il resto dei suoi giorni in carcere è una crudeltà», dice il suo avvocato. Poi c’è Terrance Graham, che aveva 17 anni quando fu dichiarato colpevole di furto in appartamento mentre era in libertà vigilata per una precedente rapina a mano armata in un ristorante. «Incorreggibile»: così fu dichiarato da un giudice della Florida che lo condannò poi all’ergastolo.

E proprio la Florida è al centro di questo dibattito. Dei 109 minori condannati all’ergastolo ben 77 arrivano da quello Stato. La ragione? Una politica del pugno di ferro inaugurata dopo l’uccisione di nove turisti in meno di un anno fra il ’92 e il ’93. Tra i killer c’era anche un ragazzino di 14 anni. E il «Sunshine State» deve rimanere un luogo sicuro per chi va in pensione o in vacanza. Perciò via libera alla linea dura. Che oggi in America vuole dire minorenni in carcere in otto Stati: dopo la Florida, che ha il record, Louisiana (17) e tutti gli altri nelle carceri di California, Delaware, Iowa, Mississippi, Nebraska e Sud Carolina.

Ma la questione spacca il Paese come spaccherà la Corte. «C’è un momento in cui anche i minorenni oltrepassano un limite e devono essere trattati da adulti e puniti da adulti», dicono i favorevoli all’ergastolo. «Chiuderli in carcere e buttare le chiavi è un gesto barbaro. Bisogna lasciare a questi ragazzi un po’ di speranza».
Una scelta difficile per i nove giudici, quattro di orientamento conservatore e quattro liberal, che da ieri sono riuniti per affrontare il caso. E anche stavolta il voto di uno di loro, Anthony Kennedy, potrebbe essere quello decisivo. Ma la Corte si prenderà tutto il tempo necessario. E il verdetto potrebbe arrivare solo fra qualche mese.