ERIC ANDERSEN Il barista che fece arrabbiare Bob Dylan

Dopo quelli di J. T. Leroy (pubblicato il 24 luglio), di David Israel (31 luglio), di Art Tipaldi (7 agosto)
e di Mike Blakely (14 agosto), prosegue con questo racconto di Eric Andersen la serie del Giornale dedicata
a «Le voci dell’anima». Attraverso gli scrittori americani vogliamo ricostruire il viaggio di un popolo
che lungo tutta la sua storia, dai Padri pellegrini alla tratta degli schiavi, dalla conquista del West
all’emigrazione dei messicani, con la musica preserva un’eredità culturale in costante movimento. Eric Andersen Mi chiamo Ramon, Ramon Rembrandt W. S. Van Leugen, e sono nato nel quartiere di Spanish Chelsea a New York. Mio padre era un immigrante olandese e mia madre una ballerina spagnola di flamenco. Ecco spiegata la scelta dei miei nomi - Ramon, il mio nonno materno, e Rembrandt, in onore del famoso pittore olandese - e le iniziali del grande scrittore Americano Beat, William Seward Burroughs. Mio padre era fuggito da Rotterdam insieme al migliore amico d’infanzia. Erano due ragazzini inesperti ma determinati a conquistarsi un posto nel «Sogno Americano». Immagino non abbiate mai sentito parlare di mio padre Pieter, ma è possibile che conosciate il suo amico, Willem de Kooning, che ben presto sarebbe diventato un celebre pittore espressionista astratto. Mio padre non fu altrettanto fortunato. Anche se, per quel che ci capisco, né l’uno né l’altro erano in grado di tracciare una linea dritta. Il talento pittorico di Pieter si limitava a piccole nacchere, zoccoli di legno da ballo e mobiletti per la cucina di mia madre. Ma, come molti olandesi, mio padre era creativo, soprattutto quando doveva inventarsi nuovi cocktail. Andò a finire che si trovò un ottimo lavoro come capo-barman al Cedar Tavern. Mia madre, Carmine Lorca (già, proprio la nipote del grande García Lorca, il famoso poeta pazzo!), giunse fin qui, ancora ragazzina, dall’Andalusia. Aveva fatto parte di una compagnia itinerante di ballerini di flamenco e, quando gli altri avevano fatto ritorno in Spagna, si era spaventata e aveva scelto di fermarsi. Questo era successo negli anni del franchismo, dopo che i fascisti avevano assassinato il suo prozio, il poeta Lorca. Quando incontrò mio padre, insegnava danza e a volte si esibiva come ballerina di flamenco nei ristoranti spagnoli del Village in cambio di qualche spicciolo. Avevano vissuto entrambi a New York per anni, senza un compagno e senza mai conoscersi. Poi, un pomeriggio, a un concerto gratuito di Andrés Segovia nel Parco di Washington Square, Pieter e Carmine si incontrarono e poco dopo qualcuno li vide innamorarsi grazie a un bel piatto di paella e tre litri di sangria all’El Quixote. Non si sposarono mai ma si sistemarono all’Hotel Chelsea, dove mi dissero che io fui concepito quella stessa notte. Quando nacqui, ero un bel bambino paffuto, destinato a restare di piccola statura e cicciottello, una mescolanza dei tratti meno interessanti dei miei genitori: tozzo come mio padre e piccolo e basso come mia madre che, però, mi trasmise i suoi occhi scuri spagnoli. Mio padre adorava gli scrittori americani tanto quanto i musicisti e i pittori americani. Andava fiero del fatto che William Seward Burroughs fosse mio padrino. Da lui aveva acquistato un fucile e gli aveva procurato della marjuana scovata sul pavimento del Cedar Tavern, mentre faceva le pulizie. Come sia diventato mio padrino fu alquanto irrilevante. Erano le quattro del mattino all’Hotel Chelsea e William, sdraiato in stato comatoso su un divano della hall, si destò quando io mi misi a piangere. Si stropicciò gli occhi, si mise a sedere e sorrise alla vista di quel fagottino dalle guance colorite che si chiamava Eric. Chiese con noncuranza a mio padre se per caso non avesse uno spinello. Mio padre non riuscì altro che a mugugnare: «Adoro Il pasto nudo!». «Hmmm, grazie, ma non è che per caso tu abbia uno spinello con te o nelle vicinanze?» gli chiese di nuovo William, con un accento piatto, strascicato del Midwest. «No, mi spiace» replicò mio padre. «Con me ho solo il bimbo che mi è appena nato». Dopodiché, chiese a William di attendere un minuto e di tenermi in braccio mentre lui andava di sopra, nella sua stanza, a prelevare uno spinello appena rollato. Qualche minuto dopo, tornò e fu allora che chiese a William di farmi da padrino. William gli strappò lo spinello di mano, lo accese, fece un lungo tiro, lasciando che il fumo gli incorniciasse lentamente il viso e disse, sorridendo, che sì, gli piacevano i bambini e che sarebbe stato felicissimo di farmi da padrino. Mio padre era entusiasta e decise di regalargli tutta l’erba che aveva. E fu così che mi fu messo il mio secondo nome, anche se mio padre non incontrò mai più William Burroughs. Il giorno seguente, a quanto disse mio padre, lui partì alla volta di Tangeri. Avevo 15 anni quando la tragedia si abbatté su di noi. Una fredda sera di dicembre, mentre imperversava una tempesta di neve, i miei genitori annegarono nel porto di New York. Di ritorno da una festa danzante a Staten Island, il loro traghetto fu speronato da una chiatta per il trasporto dei rifiuti e affondò in meno di tre minuti, facendo scivolare macchine e passeggeri in quelle acque fredde e buie. La cosa peggiore fu che i loro corpi non vennero recuperati fino alla primavera successiva. Per un anno, la gente vide cerchioni e paraurti cromati, fari, targhe, pneumatici e stendardi dei New York Mets galleggiare e rimbalzare contro le banchine, da Brooklin al Bronx. Finì che a tirarmi su furono i vicini della stanza d’albergo in cui viveva mio padre. Ma avevano altre bocche da sfamare, per cui abbandonai la scuola e, con essa, la speranza di ricongiungermi con il mio padrino a Tangeri e mi misi a fare il lavapiatti in un localino chiamato Googies, su Sullivan Street. Quando l’altro amico di mio padre, Willem de Kooning, seppe della tragedia, mi portò un po’ di soldi e mi aiutò a pagare la prima e ultima mensilità del monolocale all’angolo tra MacDougal e Bleecker, nel cuore del Village, di fronte al Café Figaro. Mi diede anche un piccolo ritratto della mia splendida mamma dagli occhi scuri che io porto sempre con me. Il Cedar Tavern attraversò un cupo periodo di lutto e io venni a sapere che dopo la dipartita di mio padre le richieste di cocktail ebbero un crollo: molti clienti passarono alla birra. Presto mi stancai di lavare piatti e me ne andai. Fu allora che venni a sapere che al Gaslight Café cercavano un lavapiatti che fosse bravo anche a preparare cappuccini, caffè e gelati speciali in coppe da dodici palle. Sarebbe stato comodo, visto che era a pochi passi dal mio appartamento. Così passai dal giorno alla notte e iniziai come primo «capo-gelataio» nel fumoso seminterrato del Gaslight Café. E che anni elettrizzanti furono. Scoprii di poter tenere dietro agli ordini, di poter sbirciare oltre la tenda nera che divideva la cucina dal locale e di sentire i musicisti che vi si esibivano. Vidi e sentii tutti i grandi e i nuovi artisti: Ramblin’ Jack Elliot, Mississippi John Hurt, Dave Van Ronk, Lightnin’ Hopkins, Jesse Fuller, il Reverendo Gary Davis, Wavy Gravy, Son House, Muddy Waters e i giovani Fred Neil, Phil Ochs ed Eric Andersen. Appresi del Nazz, con il suo patois molto figo creato da un uomo chiamato Lord Buckley, una specie di buffo incrocio tra Salvador Dalí e Jackie Gleason. Nelle pause del mio lavoro, andavo fino al Kettle of Fish a farmi una birra con noccioline, mi gustavo l’ambiente e a volte osservavo Jack Kerouac, Allen Ginsberg e Gregory Corso scambiarsi storie di strada e bersi birra mista a liquore. Vidi persino quel pazzo di Neil Cassidy fare un salto mortale all’indietro dal bancone tenendo in mano un bicchiere di birra pieno e ricadere perfettamente in piedi, senza versarne una sola goccia. La sua automobile era in moto da mezz’ora vicino al marciapiede e non un solo sbirro gli avrebbe staccato una contravvenzione per divieto di sosta dal blocchetto che teneva nella tasca posteriore. Giorni elettrizzanti! La fiamma della gloria l’avrebbero accesa, davanti agli occhi del quartiere italiano bohemien chiamato Greenwich Village, i poeti beat e i jazzisti e poi sarebbe passata nelle mani dei nuovi comici «crudeli», per essere infine consegnata ai cantanti folk impegnati. In quello stesso momento, nel locale accanto, il Kettle, succedevano cose incredibili. Una volta vidi il mio idolo, Marlon Brando, trascinarsi fuori dal Kettle of Fish in cerca di un bagno. Dentro al locale c’era la coda e, siccome era un persona a modo, uscì a cercarne un altro. Mi trovavo a passare per Minetta Lane a prendere delle latte di caffè quand’ecco che me lo trovai davanti! Aveva i calzoni calati fino alle caviglie! Ma non stava facendola nel solito modo. Era chino su qualcosa. Mi avvicinai sul marciapiede, facendo il possibile per non dare nell’occhio e fingendomi un idrante oppure un segnale stradale. Sotto Marlon Brando c’era una donna, supina sul cofano di un’auto, la gonna fatta su fino alla cintola. La sua chioma nera cascava sul paraurti, ben oltre la gomma, fin sul marciapiede. Lui stava facendo l’amore con una ragazza ossuta che era Joan Baez oppure una che le assomigliava. Fu come se stessi assistendo a un film francese. Distolsi lo sguardo non per l’imbarazzo bensì perché avevo paura di quel che mi avrebbe fatto se mi avesse sentito ridere. Aveva fama di diventare ostile e violento quando qualcuno lo faceva incazzare. Nel periodo in cui lavoravo al Gaslight, mi capitò di assistere a un sacco di cose da pazzi quando tornavo a casa. Una notte, dopo aver lavorato in cucina fino a tardi, vidi David Blue, un cliente regolare. Era venuto dentro per scroccare una sigaretta. Aveva trascorso la serata al Feenjon Café mentre il suo amico cantautore Bob scriveva una nuova canzone. Era stanco e stava per andare a letto ma il suo amico era andato a Sullivan Street per incontrare la sua ragazza. Chiusi la porta a chiave e mi incamminai verso Googies per farmi un bicchierino e una birra. Faceva un freddo cane e le strade erano deserte. Mentre svoltavo all’angolo della strada, udii un tonfo e una flebile richiesta di aiuto. Mi guardai intorno e scorsi un giovane minuto incastrato dentro a un bidone. Era scivolato sul ghiaccio. Pensai che fosse un barbone e che fosse sbronzo. Mi avvicinai e non potei fare a meno di notare che la sua bocca mi ricordava Brigitte Bardot - lo sguardo imbronciato e le labbra carnose e ben fatte. Poi vidi i denti. Erano color porpora, la stessa tinta del vino. Pensavo che stesse sorridendo ma la sua in realtà era una smorfia di dolore. «Aiutami. Sono caduto nel bidone». E mentre stavo per aiutarlo, mi mise in mano un pezzo di carta e disse: «Non separartene mai e custodiscilo con la vita». Risposi che lo avrei fatto. Accostai quel pezzo di carta alla luce del lampione e ci vidi scarabocchiato sopra un testo e il titolo Blowing in the wind. Restai un paio di minuti a leggere e ad ammirare la logica e la chiarezza di quel lavoro. «Aiutami ad uscire di qui, per Dio! Sto congelando», gridò il tizio dai denti color porpora. Dopo diversi minuti passati a tirare, spingere e ancora tirare, riuscii finalmente a tirarlo fuori. Aveva addosso un giaccone di montone, era sottile come un gambo di sedano e aveva una testa di capelli ricci. Si alzò in piedi e si diede una sistemata. Mi strappò il pezzo di carta di mano. Aveva un che di familiare. «Ti conosco», sorrisi. «Tu sei Ramblin’ Jack Elliot». «Davvero?» disse. «Già». «Non sono Ramblin’ Jack Elliot, però lo conosco». «Andiamo», dissi, cercando di metterlo a fuoco, «certo che lo sei. Non prenderti gioco di me». «Da cosa lo deduci?». «Dai capelli. Capelli ricci e grigi». «E io avrei i capelli grigi?». «A me sembrano grigi». Mi prese per il bavero e mi tirò a sé, di modo che i miei occhi fossero vicini ai suoi capelli. «Ti sembrano grigi i miei capelli?». «Ehi, per essere così piccoletto, sei molto forte. Mi spiace, sarà la mancanza di luce. Mio padre aveva una vista pessima. Forse ho bisogno di occhiali, ma quel testo mi è parso davvero buono. Se l’hai scritto tu, faresti bene a prendere seriamente in considerazione la carriera giornalistica». «Che cosa? La carriera giornalistica?». Si infilò il testo nella camicia, si spolverò la neve dalle spalle, mi rivolse un’occhiataccia e si avviò verso West Fourth Street, dove avrebbe incontrato una ragazza del Village dai capelli lunghi. Quanto a me, entrai da Googies, ordinai una birra e iniziai a domandarmi che aspetto avesse realmente Jack Elliot. Forse ero esausto, iniziai a dubitare di poter distinguere Jack Elliot da T.S. Eliot se me li fossi visti sfilare davanti in un confronto all’americana. A Dave Van Ronk piacevano le bevande a base di caffè e menta; a Phil Ochs la cioccolata calda; a David Blue il caffè nero; a Patrick Sky nulla di tutto ciò; a Tom Paxton il tè Earl Grey, con tanto di miele e latte caldo; e a Eric Andersen il cappuccino. Appena li scorgevo entrare al Gaslight Café, tenevo subito pronte le loro bevande preferite. Eric Andersen aveva una splendida ragazza. Anche lui era un ragazzo carino, si potrebbe dire persino bello. Mi chiedevo sempre che effetto avrebbe fatto essere uno di quella bella gente e avere una splendida ragazza: essere innamorati senza avere una sola preoccupazione al mondo, bere ambrosia 24 ore al giorno, coricarsi su un tappeto di velluto liscio fatto di sogni diafani. In breve, provare la gioia incontenibile di una storia d’amore che gente alta di statura come Eric aveva con la sua alta, splendida ragazza. Un simile paradiso in terra era quasi inconcepibile per un essere mortale e basso come me. Una sera sorpresi Phil Ochs mentre gli diceva che le sue possibilità di fama e successo sarebbero aumentate se fosse riuscito a sembrare un po’ meno perfetto; magari avrebbe potuto farsi passare sopra da un camion su Bleecker Street. A Eric non piacque molto sentirsi dire quelle cose e davvero non me la sentii di biasimarlo. «Davvero lo pensi?» fu tutto quel che disse. Fu triste scoprire che divorziò un anno dopo essersi sposato. Ma scrisse delle belle canzoni e per molto tempo, quando lo sentii cantarle, fu quanto di più vicino a una storia d’amore io mi sia venuto a trovare nel seminterrato del Gaslight Café. Molti anni dopo, al banco degli hotdog di Nathan, captai una conversazione tra David Blue e Leonard Cohen a proposito delle canzoni di Eric Thirsty boots, Boot of blue e una frase di un pezzo intitolato Faithful (uno dei miei preferiti) che fa così: «per dare un’altra occasione ai miei piedi, per provare scarpe diverse». «Che cos’ha in testa questo Eric Andersen?» chiese Leonard, versando dell’altra senape sul suo hotdog. «Che vuoi dire?» ribatté David, masticando. «Tutte queste storie su stivali e scarpe. Che cos’è, per caso, una specie di feticista dei piedi?». David Blue scoppiò a ridere, quasi soffocandosi, sputando sulla mia nuova camicia tutto quello che aveva in bocca, cioè mezzo hotdog con tanto di cipolle rosse, senape, crauti e briciole di pane. In quel momento, imparai una lezione e cioè che gli scrittori possono essere tanto spietati quanto delle adolescenti ferme nel corridoio di una scuola superiore. Non fu molto tempo dopo l’episodio dell’errata identificazione di Jack Elliot che la incontrai. Era una ragazza olandese, una vicina di casa e una lontana parente della famiglia del mio povero papà a Rotterdam. Era venuta a sapere che vivevo a New York, aveva preso un aereo e mi aveva rintracciato al Gaslight Café, quasi che avesse un radar in testa. Non perse tempo. Attraversò la tenda sul retro ed entrò in cucina. Stavo reggendo un vassoio pieno di coppe di gelato da tre palle ciascuna, pronto a portarle ai tavoli, quando la vidi. Era ferma tra il secchiaio d’acciaio inossidabile e un’enorme pila di piatti sporchi. Si chiamava Wilhelmina. Era alta, ben fatta, giovane ed era olandese. Ed era la prima persona in vita mia che non mi dispiacesse guardare con ammirazione. Finì che trascorremmo tutto il mio tempo libero insieme. Penso che avesse gli occhi azzurri ma non saprei dirlo con certezza. Il suo delizioso viso allungato pareva costantemente in penombra, come una foto della Garbo, persino nella luce abbagliante di un pomeriggio assolato. Lei era flessuosa e si dissolveva come fumo tra la folla. E, comunque, ci alzavamo sempre tardi e passavamo gran parte del tempo sotto le coperte del mio letto, facendo sempre le ore piccole. Vivevamo di notte e le nostre conversazioni erano fantastiche e strambe. A volte, nel buio, parlava sussurrando con enfasi, come fanno le amanti delle spie nei film. Wilhelmina doveva aver condotto una vita molto appartata. Non aveva mai sentito parlare della gente che io conoscevo, gente come Thelonious Monk, Charlie Parker, Timothy Leary. Non aveva neppure mai sentito parlare di Twiggy. Pensavo che la conoscessero tutti. Ma che importava? Forse era un’intellettuale ed era troppo occupata a leggere Kierkegaard o a osservare i dipinti di Van Gogh per preoccuparsi delle sciocche foto di una fotomodella inglese anoressica. Lo sapevano tutti che le ragazze cresciute sul continente erano più raffinate e istruite delle loro controparti yankee. A volte, anche se non spesso, menzionava la musica che le piaceva. Quasi sempre band oscure di cui non avevo mai sentito parlare. Nomi come Spandau Ballet, Simple Minds e un gruppo chiamato Pink Floyd (che pensai fosse un nome davvero strano per un gruppo). Ma la cosa che contava era che lei pensava che io fossi meraviglioso e persino di bell’aspetto. E la cosa migliore è che per i tre mesi che siamo stati insieme in quel gelido inverno del 1964, a New York, lei mi amò. Stavamo insieme, io ero innamorato, e insieme vivemmo intensamente quella pazza vita notturna, da bohemién, proprio come viveva la gente nelle opere italiane di cui avevo sentito parlare. Ma la sua realtà era ben diversa dalla mia. Era una specie di strana, pazza emissaria di un altro pianeta. Quando cercavo di strapparle qualche spiegazione lei si limitava a sbottare nella sua pazza, sciocca risata, che significava, «lascia perdere, caro, scordatene». In quei momenti sembrava eterea. Pensavo che fosse perché veniva da un altro paese. E poi in quei giorni io conoscevo un sacco di giovani che stavano sperimentando l’LSD, la psilocybina e i funghi, e quelle cose ti mettevano in testa un sacco di cose pazze. E poi non era forse vero che in Olanda tutti fumavano hashish al mattino prima di andare al lavoro e che tiravano boccate di marijuana la sera prima di andare a letto? Ero proprio convinto che quel semplice fatto conducesse a un mondo fantastico e davvero bizzarro. Improvvisamente, quasi allo scoccare del primo giorno di primavera, mi annunciò che per lei era giunto il momento di fare ritorno in Olanda. Disse che stava frequentando un corso davvero speciale che le sarebbe costato quattro anni di studio, prima di rivedere la luce al termine del tunnel del tempo. La notizia mi sconvolse non poco ma pensai che si trattasse di una reazione e di un’emozione del tutto normali. E, a differenza di molte delle studentesse americane della scuola superiore o dell’università, probabilmente tutte le ragazze olandesi frequentavano molti corsi, poi ottenevano dei dottorati in discipline oscure ed esoteriche che molti di noi non avrebbero mai afferrato o compreso - materie come lo studio degli elettroni marini mediante lo sfruttamento di acceleratori subacquei di particelle; pesare le valenze con il semplice uso di secchi per il latte; e scandagliare i misteriosi abissi delle correnti del Mare del Nord prima di trasformarli in terreno secco. Gli olandesi la sapevano lunga in fatto di acqua. Mio padre e il suo amico Willem lo avevano dimostrato strappando un passaggio gratis oltre l’Atlantico. Tuttavia, non potevo lamentarmi. Ero un uomo fortunato sotto molti punti di vista, così tanti che se mi fossi messo a contarli avrei impiegato un bel po’ di tempo. Avevo iniziato a capire e ad apprezzare alcune cose a proposito della bellezza che ero certo Eric Andersen avesse compreso insieme a quella sua graziosa ragazza dai capelli castani. L’ultima sera che passammo insieme, cenammo in un grazioso ristorante italiano, il Minetta Tavern, all’angolo dove avevo visto Marlon Brando sopra la ragazza che assomigliava a Joan Baez. Wilhelmina praticamente non toccò niente del suo piatto, a eccezione di tre cannoli col ripieno di crema che mise da parte, con prontezza, come dessert. Le piacevano i dolci. Più tardi, ci recammo al Gerde’s Folk City e assistemmo a una fantastica esibizione di John Lee Hooker. A ogni buon conto, fu una serata davvero splendida. Avrei voluto avere appresso la macchina fotografica per scattarle una foto ma ero andato talmente di corsa che me n’ero del tutto scordato. Iniziai a pensare che la città stesse diventando un po’ malsana per lei. Il suo viso si era fatto sempre più pallido nelle ultime settimane e stava dimagrendo sempre più. I suoi occhi di un azzurro elettrico parevano stanchi e la sua voce era poco più che un sussurro. Ebbi come la sensazione che mi stesse scomparendo davanti agli occhi. Ma capii la situazione. Probabilmente aveva la nostalgia dell’Olanda. Non era un fatto così inusuale. Inoltre, le città nuove a volte possono risultare strane e acclimatarsi talvolta si rivela difficile per gli stranieri, soprattutto per quelli sensibili. Dopo aver fatto all’amore un’ultima volta, mi accorsi che non le avevo mai chiesto quanti anni avesse. Mi misi a sedere sul letto, cercai dei fiammiferi, accesi la candela e glielo chiesi. ««Wilhelmina, posso farti una domanda personale?». «Certo, Ramon caro, che cosa vuoi sapere? Chiedimi tutto quello che vuoi». «È vero che sono molte le cose di te che non so, ma ti dispiacerebbe dirmi l’anno in cui sei nata?». «Non mi dispiace affatto. Sei sicuro di volerlo sapere?». «Certo che ne sono sicuro». «Ti dispiace spegnere la candela?». Mi allungai e soffiai sulla candela, spegnendola. «D’accordo, qual è stato l’anno in cui hai gratificato il mondo della tua venuta?». «Il 1968». Quando mi svegliai, il sole splendeva attraverso le tende. Il motore in folle di un camion della spazzatura mugugnava vicino al marciapiede, sotto la mia finestra. Mi misi a sedere e mi stropicciai gli occhi, tastai il letto intorno a me e gridai, «Wilhelmina?». L’altra metà del letto era ancora fatta e non era stata toccata. Se n’era andata. Non fui tanto sorpreso. Pensai che un giorno le nostre strade si sarebbero incrociate di nuovo. Per qualche ragione, sembrava che la maggior parte dei personaggi della famiglia Van Leugen o della sua cerchia fossero diventati famosi per le loro fughe repentine e per le loro sparizioni. (Traduzione di Seba Pezzani. Copyright Eric Andersen 2005)