ERIC BIBB al Lodi festival L’inverno si tinge di blues

Stasera si esibisce con Fabio Treves e la sua band. Domani la virtuosa chitarra di Otis Grand e il London community gospel choir, Erja Lyttinen e Francesco Piu

Milano è sempre più avara di buon blues, gli appassionati dovranno quindi spostarsi a Lodi - domani e venerdì - per seguire al Teatro delle Vigne il Lodi Blues Festival Winter che vede impegnati stasera la gloria del blues nazionale Fabio Treves con la sua band e il geniale Eric Bibb e domani il virtuoso chitarrista elettrico Otis Grand, detto «Il gigante gentile del blues», il London Community Gospel Choir, Erja Lyttinen e Francesco Piu. A parte la spettacolare armonica di Treves (mentore della rassegna) non si può mancare lo show di Eric Bibb - uno degli artisti neri più importanti delle ultime generazioni - che pubblica in questi giorni lo splendido cd Diamond Days, esempio di blues legato alle radici ma fatto di ballate moderne e ad ampio respiro. «Viviamo in una situazione diversa da quella dei primi del Novecento - dice Bibb - ma rivendico la mia identità di bluesman. La mia esperienza però è collegata anche ad altri generi. Io non sono nato in una piantagione ma ho ascoltato anche i Beatles e Verdi».
Verdi?
«A scuola di musica da piccolo cantavo le sue arie».
La sua vita all’inizio era molto borghese: famiglia, università.
«Il richiamo della strada mi ha fatto lasciare l’università. Ho seguito le orme di vecchi bluesmen come Charley Patton e Son House e poi mio padre, artista folk dalle mille sfaccettature».
Insieme avete inciso parecchi cd come il bellissimo Family Affair.
«Sì, abbiamo la stessa visione della musica».
Ovvero?
«La ballata acustica per raccontare delle storie di vita. Il sussurro che sovrasta le grida».
Suo zio John Lewis è stato un genio del jazz con il Modern Jazz Quartet: cosa le ha insegnato?
«Ha dato una dimensione internazionale alla mia musica. Mi ha fatto capire che i brani hanno uno spirito popolaresco anche quando sono molto complessi armonicamente e si agganciano alle più diverse culture».
Lei spazia tra il folk, la ballata e il soul.
«Come facevano negli anni Trenta i grandi maestri. Mississippi John Hurt, Robert Johnson suonavano anche musica di intrattenimento. Il punto d’incontro tra vecchio e nuovo è stato John Lee Hooker».
Oggi spesso si parla a sproposito di blues: il vero blues è sempre nel cuore del Mississippi?
«Sì, sulle colline del Mississippi ci sono T.Model Ford, Ezekiah Jones e fino a poco tempo fa R.L.Burnside e Junior Kimbrough. Lì si vive ancora il vero spirito della cultura afroamericana. Però la storia va avanti e gente come me, Ke Mo, Corey Harris ha aggiunto a quello spirito i suoni soul della Motown, il gospel, la moderna forma-canzone».
Del rock cosa pensa?
«È il rhythm and blues dei ragazzi. Troppi artisti si danno al rock e spesso in esso c’è solo energia e poca profondità. Non tutti sono Chuck Berry o Bruce Springsteen».
Ha pubblicato anche un album gospel.
«Per ora è uscito solo su Internet. Bisogna mediare con le esigenze del mercato. Però uscirà presto, si intitola Gates to the City ed è anche questo un omaggio alle radici nere».
Lodi Blues Festival Winter
oggi, domani e venerdì
Teatro delle Vigne