«Erika va tenuta in carcere: non si è pentita»

Il no della Cassazione al ricorso: «Niente pene alternative, quella ragazza non le merita perché non sembra ancora consapevole della gravità del suo gesto»

Andrea Acquarone

da Milano

Omar, detenuto modello nella prigione di Asti, adesso forse starà meglio. Senza sentir il bisogno di «vomitare» la rabbia per le «uscite» di Erika. La sua ex, la sua complice, l’assassina con la quale il 21 febbraio di 5 anni fa a Novi Ligure sterminò madre e fratellino di lei. La liceale di cui era innamorato ma che, oggi, considera la sua peggior nemica.
«A lei danno i premi, a me negano tutto», commentava stizzito, qualche giorno fa, alla notizia che la biondina adesso tinta di nero, aveva usufruito di un permesso per uscire di cella e andare a giocare a pallavolo. Per molti un segnale, uno spiraglio per un futuro non troppo lontano di libertà. Almeno parziale.
I legali di Erika nei mesi scorsi con un’istanza avevano chiesto che la ragazza, oggi ventiduenne, venisse affidata a una struttura terapeutica al posto del carcere. Libertà condizionata, si dice tecnicamente. Ma i giudici ancora una volta risposero di no, a dispetto dei pareri favorevoli di medici, psicologi e operatori penitenziari. Il perché, i magistrati della prima sezione penale della Corte di Cassazione (presidente Mario Sossi, il giudice rapito dalle Br nel lontano 1974) lo spiegano adesso nelle motivazioni della sentenza. Con parole da far rabbrividire: «Erika De Nardo non si è ravveduta».
Nel respingere il ricorso la Cassazione di fatto ha ratificato completamente il giudizio del Tribunale di sorveglianza dei minori di Milano che il 27 maggio scorso osservava «come la condotta altalenante del soggetto (che accanto al corso di studi regolarmente seguito, mostrava aperture di consapevolezza, circa i delitti terribili commessi, solo sporadiche ed era ben lungi dall'aver acquisito un senso di colpa reale, come sintomo definitivo della raggiunta emenda), non consentisse di formulare un giudizio positivo» rispetto alla richiesta dell'inserimento di Erika in una struttura terapeutica. Invano gli avvocati hanno ribattuto che «il senso di colpa per i terribili delitti avrebbe potuto essere completamente rielaborato solo con l'inserimento in una struttura di cura alternativa al carcere». Secondo gli ermellini, però, Erika non si è pentita. Anzi spiegano ancora i giudici, ribadendo la tesi del tribunale per i Minori di Milano «la liberazione condizionale era vista dalla ragazza solo come strumento per evitare il carcere per adulti e per poi, attraverso il beneficio, avvicinarsi a quel traguardo di emenda tutt'ora ben lungi». Con riferimento alla liberazione condizionale, la Suprema corte sottolinea che «le caratteristiche dell'istituto in esame non possono essere piegate alle contingenti esigenze del soggetto condannato, allorché (come nella specie) questo non appaia meritevole del medesimo».
Una sentenza che già innesca polemiche. Mentre il presidente del Tribunale dei minori di Milano, Livia Pomodoro, si limita a commentare che «evidentemente la Cassazione ha ritenuto corretta la nostra procedura», ecco il criminologo Francesco Bruno tuonare: «Non si vuol riconoscere la malattia mentale. Si asseconda chi vuole la testa di una assassina che andava invece curata fin dall'inizio».