Eriksson come Fazio: «Non mi dimetto»

Dieci partite perse su 56, nonostante una squadra che conta su Gerrard e Rooney, Beckham e Owen. E crollano le quote sulla sua permanenza in panchina

Tony Damascelli

Non aspettavano altro. La sconfitta al Windsor Park, che combinazione, di Belfast contro l’Irlanda del Nord, ha messo nei guai Sven Goran Eriksson e le sue passioni. Che non sono tutte calcistiche alla voce Ulrika Jonsson o Nancy Dell’Olio o Fara Alam. I tabloid rispolverano il sex appeal dello svedese e strillano di tutto «Where are his balls?» che ha doppio significato, relativo anche alle occasioni da rete costruite dagli ex leoni in Irlanda. I tifosi hanno continuato a urlare «Sach the Swede» licenziate lo svedese, la Football association per costume e tradizione tiene conto delle voci di popolo ma lo svedese medesimo imita Fazio e arrocca: «Io non lascio, non mi dimetto, vinceremo le due prossime partite e ci qualificheremo per i mondiali».
Si fa notare allo stesso svedese che la qualificazione non è poi un’impresa storica per una squadra che conta Lampard e Gerrard, Rooney e Owen, Beckham e Rio Ferdinand, i due Cole, ma che finora ha fatto poco e dal 1966 non vince un beato niente, comunque vivendo di rendita, come depositaria del football universale. Eriksson detiene il record di lunga militanza, da quattro anni e mezzo guida la nazionale, già non era stato gradito e accettato dai più, per essere stato il primo stranger alla guida dei maestri, poi ha messo qualche carico pesante, con le prestazioni euromondiali e le sue vicissitudini eroticosentimentali che hanno coinvolto anche la segretaria della football association (la Faria di cui sopra).
La sconfitta di Belfast è storica anche perché negli almanacchi del football mondiale si evidenzia che la più grande vittoria esterna della nazionale inglese avvenne proprio contro l’Irlanda del Nord, proprio a Belfast, con il risultato di 13 a 0 nell’Ottantadue, ma 1882, diciotto di febbraio. Doveva arrivare lo svedese con gli occhiali leggeri e il conto corrente pesante per far girare pagina. Quando nel febbraio del 2001 Eriksson prese in mano la nazionale sembrava l’uomo della provvidenza, erano piaciute le sue imprese con la Lazio, parlava un inglese corretto la qual cosa lo favorì nella corsa alla panchina nei confronti di Fabio Capello che era stato individuato come prima scelta da Brian Kidd, allora consulente tecnico della federcalcio inglese e frequentatore assiduo di Milanello, ai tempi del Capello mister rossonero.
Eriksson si ritrova oggi con la stampa e il Paese contro e con la squadra che va verso altre direzioni. Anzi la critica lo accusa di dipendere nelle scelte dai giocatori, Beckham su tutti, di non avere mai imposto regole e comportamenti, di non aver puntato sul carattere e l’orgoglio del popolo, commettendo lo stesso errore di Berti Vogts, ex allenatore della nazionale scozzese che mai era entrato in sintonia, da tedesco, con i braveheart scozzesi, cosa che sta riuscendo a Smith e al suo aiutante Burns (il tecnico che volle Di Canio al Celtic).
Dieci sconfitte in cinquantasei partite sono una vergogna per gli inglesi che pensano ancora di essere al centro dell’impero, non soltanto calcistico. Il potenziale a disposizione di Eriksson (che ha un salario di sei milioni di euro a stagione e per questo non sarà licenziato ma è stato accusato di non aver mai abbandonato la sua panchina a Belfast per scuotere la squadra), meriterebbe altri risultati. Gli scommettitori offrono la quota per le dimissioni dello svedese. Fino allo scorso maggio era di 20 a 1, da ieri è scesa a 4 e mezzo.