In «Ermione» il Rossini più tragico La regia delude la platea di Pesaro

da Pesaro

Rossini tragico. E non è una contraddizione in termini: il genio comico del Barbiere di Siviglia, geniale anche in cupe vicende di passione e sangue? Per dimostrarlo a Pesaro è nato 30 anni fa il Rossini Opera Festival; per convincersene basta tornare oggi ad ammirare Ermione: tragedia tratta da Racine, che nel 1819 fece fiasco appunto perché catapultava Rossini tra i tenebrosi amori e le tragiche fatalità di Andromaca, Pirro ed Oreste. Ma che da domenica, nella ripresa della prestigiosa rassegna pesarese, conferma una volta di più: Rossini non fu genio comico o serio. Fu genio tout court.
Un cast eccellente, in cui spiccano due primedonne quali Sonia Ganassi - vera dominatrice della serata - e Marianna Pizzolato - comprimaria di gran lusso - accanto a due tenori-star, l’uno ormai consegnato alla storia della renaissance rossiniana - Gregory Kunde -, l’altro già oltre la soglia di una promettente gloria - Antonino Siragusa - hanno decretato il trionfo di una musica in cui temi eroici, accenti disperati e tragicità impetuosa sono stati serviti dall’appassionata bacchetta di Roberto Abbado. E se la perizia acrobatica di Kunde sembra un po’ in affanno, il tono squillante e la dizione chiarissima di Siragusa hanno conquistato il pubblico; mentre la passione della Ganassi ha trionfato nella perigliosa e ardua grande scena del secondo atto.
Purtroppo, al notevole livello musicale dello spettacolo, non ha corrisposto quello teatrale. Per dimostrare la modernità, meglio l’atemporalità di Rossini, non basta trasferirlo in un bunker cementizio stile garage sotterraneo (nella risaputa scena di Graziano Gregori) o far indossare ai cantanti i soliti cappottoni militari assieme a fantasie «espressionistiche» di gusto stridente e immotivato (nei brutti costumi di Carla Teti); bisognerebbe che ci fosse anche un regista, capace di dare un senso allo scombinato bric-à-brac che ne consegue, e soprattutto di guidare i cantanti a una convincente recitazione. Mentre la regia di Daniele Abbado (cugino del direttore d’orchestra) è impersonale, statica e ha punte di sgradevolezza evitabili (i maltrattamenti al piccolo Astianatte) e sembra lasciare gli interpreti soli con loro stessi. Così solo la Ganassi - e solo in virtù di forza propria - riesce a raggiungere ammirevoli risultati d’intensità tragica.
Per fortuna del regista, agli applausi conclusivi il pubblico è troppo occupato a festeggiare cantanti e direttore, per insistere nei fischi che l’hanno accolto subito dopo il finale-choc: il povero Kunde sgozzato e appeso alla parete come un capretto pasquale in macelleria.