Ernst Jünger fra vino, macerie e morti impolverati

In esclusiva alcuni stralci tratti da <em>Giardini e strade</em> di Ernst Junger, il diario che il grande filosofo scrisse tra il 3 aprile 1939 e il 24 luglio 1940

In esclusiva, per gentile concessione dell'editore Guanda, alcuni stralci tratti da Giardini e strade (pagg. 210, euro 18,50) di Ernst Junger, il diario che il grande filosofo scrisse tra il 3 aprile 1939 e il 24 luglio 194. in esso Junger racconta i mesi cruciali dell'avanzata tedesca verso Parigi, il suo ritorno sotto le armi, il brusco passaggio dalla vita del letterato a quella del soldato che partecipa a una folgorante, e cruenta, avanzata.

KIRCHHORST, 26 AGOSTO 1939
Alle nove del mattino, mentre me ne stavo a letto piacevolmente sprofondato nello studio di Erodoto, Louise è arrivata su con l’ordine di mobilitazione totale, che mi richiama a Celle per il 30 agosto e che da parte mia ho ricevuto senza troppa sorpresa, visto che l’immagine della guerra andava profilandosi di mese in mese e di settimana in settimana sempre più nitidamente. Pomeriggio a Hannover, dove avevo ancora qualcosa da sbrigare e organizzare, per esempio acquistare della canfora per le mie collezioni.

CELLE, 30 AGOSTO 1939
Partenza. Di sopra mi sono guardato allo specchio, nella mia uniforme di sottotenente, non senza ironia. Intanto in Europa oggi sta andando allo stesso modo a molti uomini che mai più avrebbero pensato di dover riprendere servizio. Per quanto mi riguarda, imputerei la cosa all’influsso del segno del cancro nel mio oroscopo, che non di rado mi rimanda indietro a situazioni già vissute, spesso con successo. Mentre scendevo le scale, all’ingresso hanno consegnato un telegramma che recava la firma di von Brauchitsch e mi comunicava la mia promozione a capitano. L’ho preso come un segno del fatto che Ares, nel frattempo, non mi è divenuto ostile.

BLANKENBURG, 6 SETTEMBRE 1939
Per una breve licenza a Blankenburg, dove devo partecipare a un corso. Ogni guerra inizia con dei cicli di lezioni. \ L’atmosfera della licenza ha un che di Paradise lost, perché le relazioni in cui viviamo quotidianamente ci vengono ora concesse come un’eccezione. Dopo un’assenza più lunga la figura di colui che torna acquista un che di spettrale, qualcosa del revenant. La vita tende a crescere occupando gli spazi vuoti.

BELSEN, 3 NOVEMBRE 1939
Sono appena arrivato alla piazza d’armi di Bergen in qualità di capitano della seconda compagnia del 287° reggimento, e di qui, apprendo, già dopodomani ci metteremo in marcia per una destinazione sconosciuta. Il commiato da Perpetua - in una di queste stipate camere borghesi del 1905, divenute ora però perfino accoglienti. Quel che chiamiamo romanticismo esiste in tutti i tempi e assomiglia all’ombra che segue la lancetta mentre, inesorabile, indica le ore. L’orologio ticchettava, cosa che di solito, dormendo, non riesco a sopportare. Questa volta, invece, teneva desta la coscienza che, ora, godeva dell’assopimento anche nella sua prospettiva. E la notte si è distesa così all’infinito, in un tempo misurato come su leggerissime bilance.

LANDIFAY, 30 MAGGIO 1940
Assegnazione degli ordini a mezzanotte. Subito dopo, sveglia e partenza per Ebouleau, Marle, le Hérie-la-Viévílle. A Marle siamo passati di fronte a un gigantesco deposito di vino che è stato distribuito alla truppa. Ho fatto spillare due piccole botti di rosso, e ho ricevuto perfino una bottiglia di cognac. Animali morti: cavalli soprattutto, gonfi all’inverosimile, e con i genitali vistosamente protesi. Mosche azzurre, verdi e dorate ronzano sul loro mantello tanto teso che quasi si spacca, anche le vespe ne punzecchiano la pelle. Muoiono per lo sfinimento; quando passano altri cavalli, li si vede impennare le zampe anteriori e tendere il collo, come per un estremo richiamo. E poi carogne di cani, investiti o morti di fame alla catena; vacche, polli, pecore, moltissimi conigli e gatti. A volte mi sembrava anche di udire dall’interno degli edifici abbandonati il grido di bestie rimaste imprigionate. Quartiere a Landifay, in una casa vuota.

LANDIFAY, 31 MAGGIO 1940
Giornata di riposo a Landifay. Durante la notte ho sognato di essere di nuovo in marcia. Nel pomeriggio, passeggiata tra le cascine morte e la vicina campagna. Il tempo era umido e ventoso. Ho notato che, in perfetta solitudine, lontano dalla truppa, si prova presto un sentimento di paura. Ho letto alcune lettere, ho osservato dei quadri nelle abitazioni abbandonate, come fossero documenti di una civiltà del passato. Al castello sono giunti degli aviatori, a predisporre il quartiere per un comando. Arrivano da Boulogne, mi ha detto un maggiore con il quale mi sono intrattenuto. Da lui ho appreso certi dettagli oltremodo sorprendenti per un vecchio esperto della guerra di materiali. I grandi sbarramenti di allora, come la Somme, Verdun e le Fiandre, si sono impressi tanto profondamente nella memoria che si è troppo facilmente portati a ritenere inespugnabili le postazioni fortificate. Intanto si direbbe che nell’eterna gara tra fuoco e movimento il fuoco abbia avuto la peggio, nel senso che i reparti celeri hanno spesso operato molto prima della fanteria.

ROMILLY, 20 GIUGNO 1940
A mezzogiorno, addio al mons mirabilis. In viaggio attraverso Sézanne e Saint-Just-Sauvage, verso Romilly. Lungo la strada, masse di cavalli morti, di fronte ai carri delle munizioni e alle cucine da campo, alcuni di essi ancora tra gli spasmi. \ Poi morti. Prima uno soltanto, a sinistra, nel campo, coperto con il telone di una tenda, così che se ne scorgeva solo 1’avambraccio. Lo puntava verso l’alto, con il pugno semichiuso, come a stringere il collo di un violino. Più in là, sulla destra del bosco, un’intera distesa di corpi. \ Volti e mani di questi morti erano già tumefatti e anneriti, e infarinati poi dalla polvere della strada, con un velo sottile. Lo spettacolo era assai tetro, come affiorato dai pensieri notturni di uno spirito dalla forza spaventosa. Poi ancora carri armati, appostati nei punti strategici e in mezzo al paese; a tratti, vicinissime, tombe, ed elmetti con gli occhiali appoggiati alla croce. Subito dopo, per la prima volta durante l'avanzata, schiere di profughi. Si vedevano carretti a due ruote, con materassi accatastati su cui sedevano ragazzini che dondolavano ceste di polli; sono passati anche un autobus e una locomobile che trainava una fila di trattori.