«Ero agnostico e indifferente Poi fui abbagliato dalla Luce»

Proprio negli anni in cui studiavi e lavoravi come telefonista notturno avvenne la tua privata “rivoluzione”... Vogliamo, finalmente, parlarne? Che cosa ti ha trasformato nel Messori che conosciamo?
«Tutto questo è legato, nel ricordo indelebile, a una Torino semivuota sotto la cappa estiva, alla luce implacabile di un sole senza nubi, alle tenebre del lavoro in notti torride, alla solitudine umana e, al contempo, alla compagnia straripante di un Incontro misterioso. Un incontro – e uno scontro – con il Protagonista del Vangelo che mi sembrò uscire dalle pagine per divenire presente. Nel senso fisico, vero: tanto reale era la certezza di quella Presenza. Da carta che era, per me il Verbo si fece davvero carne, dandomi gioia e inquietudine, esultanza e timore, soddisfazione per il dovere compiuto e rimorso per le infedeltà. Ciò che posso testimoniare è almeno questo: ho provato su me stesso che la fede, per il cristiano, è imbattersi in una Persona al contempo misericordiosa e severa, umana e divina, subendo la necessità incoercibile di seguirLa e di obbedirLe. In una mescolanza di slancio e di affetto; ma anche di reverente soggezione, non esente da un enigmatico spavento. Non a caso, le prime pagine generate da quell’esperienza – anche se ci misi dodici anni per ruminarle, per decidermi a pubblicarle, pur vedendone la radicale insufficienza: ma quale discorso umano non lo è, qui? – quelle pagine, dunque, vanno dritte al Protagonista, senza mediazioni, in un corpo a corpo con il Gesù della storia per mostrare che coincide con il Cristo della fede. “Ipotesi” per la ragione, in quel libro: ma, sullo sfondo, una certezza incancellabile, nata da un incontro nella solitudine di un’estate metropolitana».
Potresti dirmi com’è avvenuto questo «incontro»?
«Se dovessi sforzarmi di fare il cronista di me stesso, in poche righe, questo fu ciò che avvenne. C’era una volta, dunque, questo giovane di poco più di 23 anni, studente nella Torino che, in pieno boom economico e demografico, superava di slancio il milione di abitanti e aveva nella Fiat la maggiore fabbrica d’Europa. Un giovane agnostico per cultura e anticlericale per tradizione familiare, laureando non con docenti “qualunque”, bensì con i venerati maestri della scuola più prestigiosa del laicismo puro e duro...».
Eppure proprio questo ventitreenne laico a un certo punto incontra la fede.
«Questo giovane – in modo del tutto imprevisto e nemmeno cercato – è come abbagliato da una luce che lo spinge irresistibilmente a varcare una soglia, al di là della quale c’è un mondo “altro”. Un mondo dove l’invisibile si fa visibile, e sul quale regna Colui che è adorato come Salvatore e Rivelatore da quei cristiani, da quei cattolici verso i quali quel giovanotto nutriva sino ad allora estraneità e diffidenza. Nel caso più benevolo, curiosità, come superstiti credenti in un complesso di miti anacronistici. È deludente – eppure inevitabile, data la natura di simili eventi – che proprio a me, il cui mestiere sono le parole, le parole manchino per esprimere ciò in cui mi trovai immerso, per dare almeno il sentore di un clima di cui percepisco ancora tutto il sapore. Consolante e al contempo, te lo dicevo, inquietante. Con tutta l’esitazione e l’umiltà doverose, potrei applicare a quei giorni le parole di Matteo alla morte in croce di Gesù e che dicono, in metafora, i frutti della redenzione e della rivelazione: “Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo”. Uno squarcio, attraverso il quale fui sospinto a entrare nel “tempio”, cioè in un mondo sotto il segno del Sacro che credevo antitetico al mio ma che presto, pur in mezzo allo sconcerto, scoprii familiare e ospitale... Un terremoto, seguito da una sorta di tsunami investì la mia vita: silenziosamente, interiormente, senza che alcuno, al di fuori di me, se ne avvedesse».
Quali furono, in concreto, le conseguenze immediate, le tue reazioni?
«Per chi mi avesse osservato dall’esterno, nulla cambiò. Continuò il buio del lavoro notturno alla centrale telefonica, seppure illuminato dalla Luce che si era accesa; continuò la solitudine che contrassegnava la mia vita, ma era ormai solo apparente, riempita dalla nuova Presenza; continuò l’afa di quell’estate interminabile, ma spazzata via, per me, dall’imprevisto e improvviso refrigerio. Proprio io, così allergico al romanticismo delle favole, io che amavo affrontare il sapore aspro della realtà, mi trovai immerso in un’atmosfera che, per mancanza di termini migliori, dovrei dire incantata, magica, in ogni caso del tutto sconosciuta rispetto a ciò che conoscevo. Quell’atmosfera non mi trasportò però tra le nuvole, ma si accompagnò a una lucida concretezza e a una volontà ferrea. Capii con grande chiarezza che cosa dovevo fare nell’immediato e lo feci, subito, con un’energia che non mi conoscevo e che dunque – dovetti riconoscerlo, ancora una volta – non poteva essere soltanto mia».
Dunque, quella fede che sino ad allora non aveva occupato alcun posto nella tua prospettiva, divenne il cuore della tua vita.
«Constatai la forza di quella irruzione di grazia anche in questo strapparmi dai miei schemi libreschi. Per dirla con Pascal: “Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce”. Nei mesi iniziali sentii invece che capire, constatai invece che razionalizzare. L’evidenza della verità del Vangelo, in quei primissimi tempi, fu davvero del cuore più che della mente; la quale, peraltro, non protestava, intuendo che ragione e sentimento coincidevano con la realtà... Mi fu dato quello che gli autori di spiritualità chiamano “il dono dello stupore”. Ero abituato a guardare a quella vecchia “cosa” chiamata Chiesa come a una bottega o a un’accolita di retrogradi mentali e culturali o di ipocriti, di avidi, di trafficoni magari anche un po’ sporcaccioni, secondo l’anticlericalismo di famiglia; o come a un’istituzione antagonista dello Stato, da temere, dunque da sorvegliare e da tenere al suo posto, secondo il laicismo e la deformazione politica dei miei maestri. E invece, di colpo, la Chiesa mi apparve nella sua realtà vera, che sino ad allora mi era stata celata, scorgendone solo l’involucro e non il tesoro che celava».