"Ero un campione dello sport: sono diventato Babbo Natale"

Alberto Merlati. Gli hanno rotto il naso cinque volte, dato 50 punti di sutura in faccia, fracassato sei dita delle mani, spezzato ossa, lacerato legamenti. Un gigante di oltre 2 metri dona una speranza a 100 milioni di bimbi

Questa è la 400ª puntata dedicata ai Tipi italiani. Grazie a loro. E grazie soprattutto a voi, i lettori. Mi sa proprio che ho esagerato. Buon Natale.

Esiste qualcuno al mondo più buono di Babbo Natale? No, non esiste. Se dunque in giro per il mondo i bambini chiamano Alberto Merlati così - Papá Noel, Santa Claus, Papai Noel, Father Christmas, Père Noël, Dedo Mráz - non può dipendere solo dai 2 metri e 4 centimetri di statura, dal barbone bianco, dai capelli argentei, dagli occhi azzurri. Dev’esserci sotto qualcosa di diverso, un percorso di vita e un allenamento alla mansuetudine che ne hanno fatto il gigante buono di 64 anni seduto qui davanti a me. E in effetti mai s’era visto un uomo al quale per gioco avessero rotto il naso cinque volte, fracassato sei dita delle mani, spezzato l’ulna, schiacciato il bacino, lussato il gomito destro e il mignolo del piede sinistro, lacerato i legamenti di un ginocchio e di una caviglia, spaccato zigomi e sopracciglia, con conseguente applicazione di 50 punti di sutura sul viso, senza che tirasse non dico un cazzottone all’avversario ma almeno un moccolo, un improperio.
Merlati era campione di uno sport che in passato veniva definito «per signorine» ma che al sosia di Babbo Natale è costato il sangue: «Per una gomitata del bulgaro Doychinov mi sono ritrovato col naso sotto l’occhio, operato d’urgenza nella notte». Ha giocato a lungo nella nazionale di basket e per 12 anni in serie A. L’avevano persino arruolato per Carosello nella pubblicità del «very Cora americano»: Renato Rascel gli passava in mezzo alle gambe, saliva una scala e andava a canestro. Compariva spesso nella Settimana Incom, il cinegiornale dell’Italia in bianco e nero. È stato il pivot della Splugen Bräu, della China Martini, della Saclà e soprattutto dell’Oransoda Cantù, con la quale vinse lo scudetto nel 1968. Suo avversario era Dino Meneghin della Ignis Varese, che in 44 anni di onorata carriera arrivò a giocare persino contro il proprio figlio; suoi compagni di squadra Carlo Recalcati, oggi allenatore della nazionale di pallacanestro, e Angelo Rovati, l’incauto consigliere economico di Romano Prodi. «Posso dire che insaccare palloni dentro una reticella è stato il mestiere più duro della mia vita. Non è facile mettersi alla prova correndo in mutande davanti a migliaia di persone».
Ma non è nemmeno facile, oggi che milioni di persone vorrebbero fargli indossare il vestito di velluto rosso e il berretto col pompon, dedicarsi a un mestiere molto simile a una missione: «Insieme ai nostri clienti stiamo fabbricando un futuro migliore». È questo lo scopo di La Fabbrica, una multinazionale della bontà nata nel 1984, sedi a Milano, Torino, San Paolo del Brasile, Buenos Aires e Santiago del Cile, 7 milioni di fatturato l’anno, che inventa, realizza e distribuisce nelle scuole di vari Paesi progetti educativi pagati da aziende e istituzioni ben liete d’avere come fiduciario Babbo Natale. Merlati ne è fondatore, presidente, unico proprietario, una roba a sua immagine e somiglianza insomma, e alleati con lui nel migliorare il mondo ci sono clienti come Fiat, Enel, Telecom, Unicredit, Banco do Brasil, Agip, Nestlè, Philips, Snam, Henkel, Michelin, Adidas, Sangemini ma anche Telethon, Fondazione Umberto Veronesi, Regione Piemonte, Comune di Milano, Mediaset in partnership col colosso Time-Warner.
Sono ormai più di 100 milioni i bambini dai 3 ai 12 anni e i giovani dai 12 ai 19 che hanno potuto studiare, divertirsi e imparare un lavoro grazie a Babbo Natale e io non avevo mai udito un imprenditore che dice alla segretaria: «Sto dando un’intervista, non disturbatemi per un paio d’ore» e poi, avvertito un attimo di sconcerto sul filo del telefono, si scusa: «Ci sei rimasta male? Oh, mi dispiace tanto. Ciao, cara». Giustifica la segretaria: «Non è abituata a sentirmi dare ordini. Con tono perentorio, poi...». Questa gentilezza spiega perché è riuscito a coinvolgere nei suoi progetti premi Nobel e scienziati come Renato Dulbecco, Rita Levi Montalcini, Tullio Regge, Edoardo Boncinelli e Margherita Hack, architetti come Oscar Niemeyer e Renzo Piano, registi come Fulvio Scaparro, psichiatri come Gustavo Pietropolli Charmet, scrittori come Dacia Maraini e Luciano De Crescenzo, imprenditori come Ottavio Missoni.
Merlati, ingegnere meccanico, è nato a Cuneo nel 1943, dove il padre colonnello comandava il 33° Fanteria. Prima che la guerra fosse finita, il piccolo Alberto venne fucilato due volte. «Me l’ha raccontato mia madre. Ero in braccio alla tata, Pina Tomatis. I repubblichini fingevano un’esecuzione per terrorizzarla: la mettevano al muro e le sparavano davanti ai piedi. E i partigiani non si comportavano meglio». La sua famiglia, di nobili origini, fin dal 1500 ha la casa dell’anima a Belvedere Langhe, dove tuttora si riunisce il 15 agosto nella cappella dell’Assunta che il nonno regalò al paese. «In 64 anni di vita sono mancato all’appuntamento una sola volta: avevo una partita internazionale di basket. Siccome mia madre morì il 14 agosto, la ricordiamo con una messa e i fuochi d’artificio. È una festa». Adele Decimo era alta 1,78, una misura già fuori della norma per una donna nata nel 1903. Il papà di Merlati, Arnaldo, era 1,85. Il bisnonno Giovanni 2 metri «abbondanti». Lei, Adele, era molto amica della contessa Ida Pellegrini, consorte di Luigi Einaudi, il presidente dell’Italia da ricostruire e della Repubblica da costruire. «Da Dogliani, dove aveva i suoi poderi, a Belvedere Langhe sono 6 chilometri. Prima che fosse costruita la A6, era la strada più diretta da Torino a Savona. Il capo dello Stato diede ordine d’asfaltarla per ultima: non voleva essere sospettato di favoritismi».
Babbo Natale è stato sposato con la figlia della scrittrice Gina Lagorio, quindi ha avuto per genero Livio Garzanti, l’editore di Jorge Amado, Pier Paolo Pasolini, Goffredo Parise e soprattutto di Truman Capote, che si faceva trovare dal suo stampatore italiano in albergo intento a sferruzzare all’uncinetto («era talmente femminile, una bella donnina, in fondo», si consolava Garzanti). «Ho lavorato sei o sette anni con Livio, ma sono scappato a gambe levate».
Per quale motivo?
«Nel 1980 m’ero incontrato a Barcellona con Carmen Balcells, l’agente letteraria dei più famosi scrittori latino-americani. Gabriel García Márquez aveva appena lasciato Feltrinelli. La Balcells mi propose d’ingaggiarlo, insieme con Mario Vargas Llosa. Tornai a casa felicissimo: 200.000 dollari per il primo e 30.000 per il secondo. Un affarone. Ma Garzanti disse che Llosa non lo conosceva e che García Márquez non valeva granché. Così se lo prese Leonardo Mondadori. E nei due anni successivi pubblicò i bestseller Cronaca d’una morte annunciata e L’amore ai tempi del colera».
Immagino la sua felicità...
«Ero furibondo. È vero che avevamo idee diverse su tutto, a cominciare dal futuro delle Garzantine. Ma quella è stata la fine del nostro rapporto».
E l’inizio della sua fortuna.
«Le scuole chiedevano aiuto. Ho proposto alle aziende di aiutarle. Tutto qui. Non c’è merito».
Ma le aziende che cosa ci guadagnano?
«Diventano più simpatiche. Mai sentito parlare di Csr? Corporate social responsibility. Responsabilità sociale delle imprese. È un indice che fa la differenza al Down Jones e nelle grandi Borse. Significa che molti investitori, prima di mettere i loro soldi in questo o in quel gruppo, vogliono sapere che cosa fa di utile per gli altri, per la cultura, per la salute, per l’ambiente».
Lei che cosa fa di utile con i finanziamenti di queste aziende?
«I giovani sono il futuro, le sentinelle del buon comportamento in famiglia. In Brasile il 30% della popolazione non sa che l’energia elettrica deriva da altra energia, pensa che sia un regalo del Padreterno e che farla pagare costituisca un sopruso. Noi insegniamo ai ragazzi che non è così. In questo modo imparano anche i genitori. Ma non è che in Costa Rica, Guatemala, Bulgaria, Romania, Slovacchia, dove ho portato questo progetto educativo con l’Enel, sia diverso. Anzi, le dirò, sto facendo conoscere il valore dell’elettricità persino negli Stati Uniti, alle scolaresche del Massachusetts. Altro esempio: i ragazzi non sanno che l’uomo può utilizzare appena l’1% dell’acqua presente sulla faccia del pianeta. Nemmeno noi adulti ci rendiamo conto di questo, crediamo che sia un bene inesauribile dovutoci da Dio, e lo sprechiamo».
In quali nazioni opera?
«Francia, Germania, Regno Unito, Spagna, Portogallo, Cile, Paraguay, Uruguay».
Non sarebbe utile spiegare queste cose anche in Italia?
«L’ho fatto per anni. Poi nel 1996 Paolo Cantarella e Oddone Camerana, che avevo coinvolto come Fiat, mi dissero: “Andiamo a fare la stessa cosa in Brasile”. Sono andato. E ho scoperto che i libri di testo gratuiti nelle scuole venivano distribuiti un anno sì e un anno no. Per mancanza di fondi, ovvio. Oggi sopperiamo noi, con fascicoli, film, Cd. E per ciascun progetto La Fabbrica apre un sito interattivo sul Web».
Che cosa è riuscito a fare con l’aiuto della Fiat?
«Educazione stradale. Una cosa che in Italia sarebbe impossibile. Gli studenti si sono messi a riorganizzare il traffico in decine di metropoli, hanno costruito i passaggi pedonali, gli spartitraffico, le aree di sosta per i disabili. Abbiamo messo in moto 1.750 interventi, un milione di ore di volontariato, l’equivalente del lavoro di un’azienda di 600 persone».
Distribuire dispense scolastiche non è un po’ poco?
«Non è che facciamo solo questo. Stiamo formando una generazione di musicisti nelle favelas di Rio de Janeiro, Recife, Salvador de Bahia, Belém, Porto Alegre, Belo Horizonte. A San Paolo abbiamo convinto Niemeyer, 100 anni compiuti pochi giorni fa, a realizzare l’auditorium che aveva progettato nel 1950 e che era rimasto incompiuto nel parco di Ibirapuera, dove c’è la famosa Oca. Ha pagato tutto Tim. Questo auditorium darà un mestiere e un futuro a 150 ragazzini, che oggi vanno in giro a cantare e a suonare con Gilberto Gil, il ministro della Cultura. Anche se io mi ricordo solo di uno di loro che non potrà farlo».
Chi è?
«Non so nemmeno il nome. So soltanto che aveva una passione incredibile per la musica, ma nelle selezioni non era riuscito a farcela. Dalla finestra guardava con invidia gli amici che dentro l’auditorium provavano viole, chitarre, flauti, tastiere. È tornato alla strada da dov’era venuto ed è stato ammazzato, e io ancor oggi, a distanza di quattro anni, non me lo perdono. Se l’avessi preso, mi dico, sarebbe ancora vivo».
Perché fa tutto questo?
«Forse perché sono figlio di mio padre? Dopo l’8 settembre si rifiutò di aderire alla Repubblica di Salò. Fu catturato dai nazisti. In Germania passò per sei campi di concentramento. Il suo compagno di sventura era Giovannino Guareschi, che in una pagina di Attenti al filo!, il diario della prigionia, gli fece una caricatura. Dopo la Liberazione mi prendeva per mano e mi portava in piazza a fischiare Giorgio Almirante. Il segretario del Msi non riuscì mai a tenere un comizio a Cuneo. Tanto di cappello, ci provò più volte, ma noi glielo impedimmo sempre».
Non sarebbe stato meglio lasciarlo parlare? Una democrazia che ha paura delle idee che democrazia è?
«Io non sono fra quelli che identificano la Liberazione con i partigiani e con il comunismo. Mi sento un giolittiano, un liberale. Però c’è un motivo se Cuneo viene chiamata la città dei sette assedi. Non sopporta la dittatura».
Da quanti anni la chiamano Babbo Natale?
«Da almeno 20. Ho avuto una canizie precoce. L’anno scorso in questi giorni una signora mi ha fermato qui a Milano, in corso Vittorio Emanuele, e mi ha detto: “Venga a fare Babbo Natale per il mio bambino, la prego!”. Ho fatto il callo fin da ragazzo al ruolo che madre natura mi ha imposto. Lei pensi a un tizio magro e secco, alto 2 metri, in una città di appena 50.000 abitanti. I miei amici con le ragazze ballavano i lenti guancia a guancia, io al massimo guancia a pancia. Senza la pallacanestro sarei diventato un diverso. Da brutto anatroccolo mi ha fatto diventare figo».
Le dà fastidio essere additato per strada come Babbo Natale?
«Al contrario, mi diverte».
Ma lei è buono?
«Buono ma incazzoso. I lunghi di solito sono placidoni. Invece io a volte reagisco malamente».
E quando s’arrabbia che fa?
«Cerco di non arrabbiarmi. Mi sono scazzottato solo una volta dopo un incontro a Biella, ma per nobili motivi. Primi in classifica, eravamo sotto di sette punti a 50 secondi dalla fine. Vincemmo per un punto. Uno dei nostri, un cretino che stava in panchina, ebbe la cattiva idea di fare il gesto dell’ombrello alla tifoseria avversaria. In un baleno il pubblico inferocito gli fu addosso. Lo stavano linciando a calci e pugni. I miei compagni di squadra scapparono negli spogliatoi, la cosa più giusta da fare in simili frangenti. Io presi le difese del cretino perché non lo ammazzassero. Mi ricordo ancora il crac delle mascelle fracassate. Alla fine sul parquet si contavano i denti. Tre ambulanze della Croce rossa, arrivarono. Un po’ me ne vergogno ancora. Uno di 2 metri non deve fare a pugni, è un privilegio muscolare che non può usare».
Ma i promotori delle sue iniziative non sono gli stessi che hanno trasformato il Natale nella sagra del consumismo, a cominciare dai telefonini?
«Le pare che vado nelle scuole argentine a far la réclame dei telefonini? Non se ne parla proprio. E il bello è che quelli di Telecom sono d’accordo».
Qual è il dono più prezioso che ha ricevuto nella sua vita per Natale?
«Una macchinina nera a molla, l’equivalente dei modelli telecomandati di oggi. Si governava attraverso un lungo filo spiralato. L’ho cercata invano per anni. Non capisco come ho fatto a perderla. Babbo Natale allora andava di casa in casa. Mi ricordo che da noi arrivò su una slitta dorata, io mi affacciai e lui mi consegnò l’automobilina attraverso la finestra».
Che regalo porterebbe all’Italia?
«I bambini. Io ho solo due figli. Mi sarebbe piaciuto averne 40. Il Natale è la famiglia».
(400. Continua)
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