«Ero fichissimo con Abatantuono ma oggi sogno il cinema d’autore»

Il nome non è di quelli scolpiti a caratteri cubitali nella memoria della cinematografia, ma la sua faccia da eterno bambino col ciuffo ribelle e l’accento scanzonato da Milano anni ’80 sono inconfondibili. Anzi, hanno segnato un’epoca. Quella che dalle ceneri del Derby, il tempio del cabaret, ha dato alla luce un filone inesauribile di commedie comiche che hanno visto Mauro «Maurino» Di Francesco in prima fila al fianco di Jerry Calà, Diego Abatantuono, Massimo Boldi, Teo Teocoli e tanti altri. Tra i suoi film più gettonati -in tutto ne ha girati 57!- ricordiamo «I Fichissimi», «Abbronzatissimi», «Sapore di mare 2», «Giochi d’estate». I registi, dai Vanzina a Neri Parenti a Castellano- Pipolo, gli affibbiarono fin dall’inizio il ruolo del «randa», il ragazzaccio scapestrato della Milano da bere sempre pronto a cacciarsi nei guai e darsela a gambe. Ma identificare Di Francesco unicamente nel filone «trash» è riduttivo se si dà un occhio alla sua biografia. Figlio di una sarta teatrale e di uno scenografo del vecchio «Fossati» di Corso Garibaldi, Maurino è un enfant prodige che a sei anni era già sul palco e, di lì a poco, avrebbe recitato nei cast di Paola Borboni («Il giardino dei ciliegi»), Valentina Cortese («Il gioco dei potenti») e altri grandi come Paolo Poli. E poi ancora tanta tv in presa diretta (con Tomas Milian), sceneggiati («La freccia nera» di Stevenson), cabaret e cinema d’autore al fianco di Ugo Tognazzi e Monica Vitti («Scusa se è poco» di Marco Vicario). Negli ultimi anni è tornato al teatro e oggi sogna di voltar pagina anche nel cinema, in ruoli più seri come è avvenuto per suoi ex compagni di strada, magari diretto da registi come Avati o Tornatore. Nel frattempo si diverte con la televisione e recentemente fa commenti calcistici semiseri, come Teocoli e Abatantuono. Nel suo caso, nel programma di Tiziano Crudeli a Sette Gold.
Maurino, il calcio è diventata una tappa irrinunciabile per voi comici, tutti milanisti poi...
«Il fatto è che con Diego e gli altri ci siamo sempre divertiti anche a pallone. E poi per me non è proprio una novità: nel ’78 fui il primo a condurre una trasmissione a premi intitolata “Gol”. Il canale era Telemilano 58, uno dei primi di Berlusconi».
Negli anni ’80 con Calà e gli altri avete sfondato nel grande schermo lanciando un genere, quello dei milanesi... un po’ terruncielli
«Già, era la carica dei milanesi nel cinema romano. Sa perchè avevamo una marcia in più? Venivamo dal Derby. Là quando salivi sul palco ti guardavano come si guarda un rolex. Vero o falso? Con quel pubblico non si scherzava»
Portaste il cabaret nel cinema?
«Non proprio, ma eravamo addestratissimi all’improvvisazione e ci divertivamo una cifra. Registi come Vanzina con noi andavano a nozze».
Quello del milanese non le andava stretto come stereotipo?
«Il fatto è che noi eravamo proprio così anche fuori dal set. Però le ricordo anche che a 16 anni ho recitato con Strehler, nel “Gioco dei potenti”, dove facevo la parte del principe di Galles. Il regista mi adorava ma alla fine mi ordinò di andare all’Accademia: il principe di Galles non poteva avere il mio accento...»