«Ero un paracadutista nella guerra d’Algeria poi mi chiamò Buñuel»

Si confessa l’attore francese che stasera salirà sul palcoscenico alla Basilica di Massenzio di Roma per recitare nel «Processo a Nerone»

Maurizio Cabona

da Roma

I colori della vita di Stefano Reali (2005) sarebbe una fiction come le altre, senza Jean Sorel. Gli attori devono alternare il popolare all’elitario, ma non è la tv la cifra tipica di Jean Sorel, che torna volentieri sul palcoscenico: un mese fa era al Teatro Studio di Milano per una lettura di testi sulla religione selezionati da Régis Debray; stasera sarà a Roma, alla Basilica di Massenzio, per il Processo a Nerone istruito da Corrado Augias per la regia di Giorgio Ferrara. Ma la fama di Jean Sorel viene dal cinema: è l’unico attore i cui film abbiano vinto due Leoni d’oro in tre anni: Vaghe stelle dell’Orsa di Visconti (1965) e Bella di giorno di Buñuel (1967).
Signor Sorel, Visconti e Buñuel erano diversi...
«....Vivevano in due mondi lontanissimi fra loro».
Eppure entrambi hanno lavorato con lei.
«L’appuntamento con Visconti era a casa sua. Arrivo e mi sento dire: “Il maestro è in camera”. Sudo freddo. Ma è stato un colloquio di lavoro».
E con Buñuel come è andata?
«Mi cerca il produttore di Bella di giorno. Nel suo ufficio, Buñuel mi guarda e mi assume».
Tutto lì?
«Mi chiede anche se sono stato in Messico».
Perché?
«Per avvertirmi che non avrei più potuto andarci».
Come persona non grata?
«No, come cornuto, perché nel film la Deneuve mi tradisce. “In Messico - mi dice Buñuel - nessuno è cornuto!”. Non era uno che si prendesse sul serio».
Veniamo a Visconti. Nobile lui, nobile lei, nato Jean de Combault-Roquebrune.
«Il mio cognome prosegue con altri “de”. Così per lo schermo fui solo Jean Sorel».
Per Georges Sorel, pensatore socialista, o di Julien, personaggio stendhaliano?
«L’idea di scegliere Sorel è stata della mia agente, che cercava solo un cognome breve».
Nei Celebri amori di Enrico IV lei lavora con un famoso cineasta anche lui dal doppio cognome, Autant-Lara...
«Era il 1961 e lui era stimatissimo: il successo del Diavolo in corpo era stato immenso. Dirigeva saltando qua e là dietro la macchina da presa, deconcentrando certi attori. Allora lui faceva stendere un lenzuolo e continuava ad agitarsi».
Come Pagnol, Fernandel e Guédiguian, lei è di Marsiglia. Quando la lasciò?
«Prima della sua occupazione da parte tedesca. E nel 1944 mio padre, che aveva fondato il giornale Liberté, morì combattendo. Era paracadutista nelle truppe golliste».
Anche lei lo è stato durante la guerra d’Algeria.
«Dal 1956 al 1957. Ho cominciato a recitare al ritorno. Mi piaceva più che studiare. E mia madre m’ha elegantemente cacciato di casa».
Nel Giorno dello sciacallo di Zinnemann (1975) lei è Bastien-Thiry, l’ufficiale attentatore di de Gaulle nel 1962.
«Sì. La famiglia di Bastien-Thiry, fucilato per l’attentato, s’opponeva al film. Così il mio ruolo fu molto ridotto».
A Roma vive un altro attore francese d’origine nobile e paracadutista in Algeria...
«Sì, Philippe Leroy-Beaulieu. Ci siamo conosciuti a Parigi dopo il servizio militare. Siamo venuti entrambi a lavorare Roma e siamo rimasti amici».
Ma lei poi ha lasciato Roma.
«Roma è gentile se ti fai vedere poco, se resti solo il tempo di girare un film; dopo, diventi uno qualunque».
Lei avrebbe potuto arrivare non a Cinecittà, ma a palazzo Farnese: da diplomatico, cioè.
«In effetti avevo uno zio diplomatico e pensai di fare l’Ecole normale supérieure per imitarlo».
Il suo francese è sempre comprensibile, che reciti o no. Non direi lo stesso per quello dei suoi colleghi di oggi.
«Perché i corsi di dizione sono diventati un ricordo. Oggi nei film francesi si parla come nelle banlieue, per dimostrare che gli immigrati sono integrati».
Neanche le coproduzioni integrano più cultura italiana e cultura francese.
«Oggi si intendono per coproduzioni i film francesi con le attrici italiane che vivono in Francia».
Anche Anna Maria Ferrero è un’attrice italiana in Francia.
«Ma mia moglie ha lasciato il cinema dopo le nozze».
Con Paul Newman e Joanne Woodward, voi siete la coppia più duratura di attori.
«Ci siamo conosciuti a Roma nel 1961, a una festa per Michèle Morgan, e subito ci siamo sposati».
Lei è il giovanotto di allora. Qual è il vostro segreto?
«Capire le cose... È una miscela di stima e di cervello».