Gli «eroi» della politica

Sono le 12,05 quando il presidente di turno della Camera, Pierluigi Castagnetti, apre la seduta salutando i rappresentanti della comunità di Campegine, in provincia di Reggio Emilia, che stanno assistendo ai lavori dalle tribune. I cinque o sei spettatori si guardano increduli: sono entrati a Montecitorio per vedere e toccare quel luogo descritto come simbolo dei vizi del Paese e mai avrebbero immaginato di scoprire che quell’aula sabato 5 gennaio, invece, fosse viva.
Oddio viva, si fa per dire. Oltre a Castagnetti, infatti, altri 6 stakanovisti riempiono il silenzio di Montecitorio. Sono tornati a Roma di corsa, mentre quasi tutti gli altri italiani si godono gli ultimi scampoli di vacanze natalizie, per ascoltare le comunicazioni del presidente. Missioni, annunzio della presentazione di disegni di legge di conversione e loro assegnazione a Commissioni in sede referente, ordine dei lavori, ordine del giorno della prossima seduta: questi sono gli argomenti che hanno spinto Simone Baldelli, delegato d'aula di Forza Italia, Roberto Giachetti, delegato d'aula del Pd, Renzo Lusetti, segretario di presidenza, Giampaolo D'Andrea, sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento, Aurelio Misiti, dell'Italia dei Valori e Adriano Musi, del Pd, a salutare vacanze e famiglie e per un giorno sfatare i luoghi comuni dell'antipolitica che vogliono gli onorevoli privilegiati e un po’ fannulloni.
Simone Baldelli, prima che la seduta terminasse alle 12,10, ha addirittura fatto un intervento, chiedendo un’informativa urgente del governo sulla questione rifiuti. «L’aula di Montecitorio era surreale - racconta Giachetti - e noi, sei mitici sfigati, ancora di più. Castagnetti, poi, sembrava un Babbo Natale. Era appena tornato dalla Terra Santa e aveva qualcosa di mistico. Io, invece, avevo solo fretta perché dovevo andare dal ferramenta. Sì, è stata un’esperienza irripetibile».
L’aula di Montecitorio ne ha proprio viste di tutti i colori, al tempo di Garibaldi le sedute si tenevano nel cortile in un’aula di legno e nessuno voleva andarci perché si moriva di freddo. Negli anni ’20 misero le prime caldaie che però emettevano un fumo così nero che un ragazzino, abituato a giocare a palla in piazza in Lucina, tale Giulio Andreotti, che da quelle parti c’è rimasto quasi un secolo, racconta che nel quartiere lo chiamavano il «palazzo dei puzzoni». Negli anni della solidarietà nazionale, nelle indimenticabili maratone del ’78 e ’79 emersero i grandi oratori, Marco Pannella, Giancarlo Pajetta e Giorgio Almirante, e fu proprio in quell’inverno che il segretario dell’Msi, sacrificando le feste, si guadagnò un soprannome di cui andava particolarmente fiero: «vescica di ferro». I Natali di tangentopoli furono molto affollati, e Montecitorio divenne protagonista di un piccolo scandalo: quello dei pacchi regalo, infatti, i deputati moralizzatori denunciarono i doni avveniristici: i primi video registratori (da noi non è come in Inghilterra in cui Blair è tenuto a restituirli o ad acquistarli a spese proprie). I Natali della seconda Repubblica sono stati molto meno epici, molto più spartani. Fino alla seduta di ieri: trecento secondi di straordinario, di scarso valore parlamentare, ma che valgono più di trecento chiacchiere del teatrino della politica.
Salvatore Tramontano