Errore di Bertinotti: quei voti a Sofri andavano annullati

Paolo Armaroli

Per essere un presidente della Camera di fresca nomina, dopo tutto Fausto Bertinotti non se l’è cavata malaccio in questa prima giornata di seduta comune del Parlamento per l’elezione del Capo dello Stato. Sospettava che le eccezioni procedurali sarebbero potute spuntare in aula come funghi. Non ci voleva molto, del resto, a capire il perché. Bastava andare a guardare i precedenti per rendersi conto che le cose potevano andare storte e per le lunghe. Basterà richiamarsi ai precedenti della elezione presidenziale del 1978, quando al sedicesimo scrutinio fu eletto Sandro Pertini, e di quella del 1992, quando sempre al sedicesimo scrutinio venne eletto Oscar Luigi Scalfaro. Per disgrazia ricevuta. Come ebbe a commentare beffardamente Indro Montanelli, visto che l’allora presidente della Camera si insediò al Quirinale subito dopo l'attentato mortale a Giovanni Falcone.
Così Bertinotti ha giocato d’astuzia e d’anticipo. Quelle eccezioni procedurali che avrebbero potuto essere avanzate in Aula, le ha fatte svolgere nella conferenza congiunta dei capigruppo di Camera e Senato, convocata a bella posta quattro ore prima dell’inizio della seduta. In sostanza sono state due le questioni poste nel corso della riunione. La prima è stata quella della cadenza delle votazioni. Una questione tutt’altro che irrilevante. Perché anticipare o posticipare l’indizione di una votazione può cambiare le cose da così a così. Può favorire un determinato candidato oppure bruciarlo definitivamente. Con saggezza Bertinotti si è richiamato ai precedenti. Perciò in linea di massima si procederà a due votazioni al giorno.
La seconda questione è decisamente la più importante. La segretezza del voto è prescritta dalla Costituzione. Il guaio è che la predisposizione di cabine di votazione in aula non ha risolto un bel niente. Difatti le recenti votazioni per l’elezione del presidente del Senato dimostrano che la disposizione costituzionale può essere bellamente aggirata scrivendo il nome dei candidati in tanti modi diversi. A tal riguardo Bertinotti si è sì attenuto a una prassi consolidata che assicura a ciascun membro del collegio la libera espressione del voto. Ma poi ha rivolto un invito a tutti i membri del collegio ad usare, nell’espressione di voto, la forma più sobria ed essenziale. Per esempio, ma guarda un po’, quella del nome e del cognome della persona, al fine di garantire la massima trasparenza dei comportamenti di voto.
Infine Bertinotti, a mo’ di notaio, ha ritenuto opportuno leggere i nominativi così com’erano scritti nelle schede. Ha letto il nome di Almirante, defunto da tempo, e il nome di Sofri: l’ex leader di Lotta continua condannato con Ovidio Bompressi a ventidue anni di reclusione perché ritenuto responsabile dell’assassinio del commissario di polizia Luigi Calabresi. Una candidatura in questa prima votazione caldeggiata dai rappresentanti della Rosa nel Pugno.
Il guaio è che Sofri è stato altresì condannato alla pena accessoria della interdizione dai pubblici uffici. Pertanto a rigore le schede contenenti il suo nome dovrebbero essere considerate nulle. Il che non è stato. Nel complesso, però, in questa prima giornata Bertinotti ha dimostrato di sapere il fatto suo. Ma la partita è appena cominciata. Oggi avremo altre due votazioni. E senza un improbabile accordo tra i due Poli andranno anch’esse a vuoto. Difatti il quorum è quello proibitivo della maggioranza dei due terzi dei componenti. Domani, quando il quorum si abbasserà alla maggioranza assoluta dei componenti, potrà succedere di tutto. Anche niente.
paoloarmaroli@tin.it