"Un errore il film su Vallanzasca, dà il cattivo esempio"

Critiche a "Il fiore del male" di Michele Placido. Parla la vedova di un agente ucciso dal bandito: dovrebbe pagare nel silenzio e invece è sotto i riflettori

«È un errore fare un film su un personaggio che sta scontando 260 anni di carcere per rapine, sequestri e omicidi: dovrebbe pagare i suoi debiti circondato dal silenzio, invece viene messo sotto i riflettori». La pensa così Gabriella Vitali D’Andrea, la vedova di Luigi, uno dei due agenti della Polizia stradale uccisi il 6 febbraio 1977 dalla banda di Renato Vallanzasca a colpi di pistola durante un inseguimento vicino al casello autostradale di Dalmine, in provincia di Bergamo. Il film in questione è Il fiore del male, che Michele Placido sta girando sulla vita del bandito che fu soprannominato il bel René.
E così, in occasione del trentatreesimo anniversario dell’uccisione di Luigi D’Andrea (che aveva 32 anni) e Renato Barborini (27), ai quali dal 2004 la Regione Lombardia dedica la «Giornata della memoria dei servitori della Repubblica caduti nell’adempimento del dovere», si riapre l’eterno conflitto fra le ragioni della creatività artistica e della finzione da una parte e quelle dei sentimenti e della vita reale dall’altra. Che poi è lo scontro che divide chi difende la libertà di raccontare anche le pagine più drammatiche del nostro passato recente (quello del quale sono stati protagonisti più o meno volontari genitori, coniugi, figli o parenti stretti di persone ancora in vita) e chi protesta tutto il suo rinnovato dolore quando la vicenda che gli ha sconvolto l’esistenza diventa spettacolo, quando le figure dei carnefici vengono «riabilitate» o quando agli assassini viene concessa la ribalta mediatica.

Una «dialettica» a geometria variabile dal punto di vista politico, perché ha visto destra e sinistra schierarsi a seconda della convenienza con i narratori degli eventi o con chi ha sofferto a causa di quegli stessi eventi.

Nel 2001 fu la volta della Uno bianca. All’epoca Anna Maria Stefanini, madre del ventiduenne carabiniere ucciso assieme ad altri due colleghi il 4 gennaio 1991 a Bologna nell’agguato teso dai fratelli Savi, fu durissima contro la fiction tv sulla tragica epopea dei poliziotti assassini che terrorizzarono l’Emilia fra il 1987 e il 1984. «È una ricostruzione dolce - protestò -, avrei preferito minore ambiguità sulle coperture di cui godettero a Bologna quei criminali. I nomi dei colpevoli sono stati sostituiti con altri di fantasia. Si preferisce difendere i figli degli assassini piuttosto che le vittime».

Alla fine del 2007 l’Anpi si scagliò preventivamente contro la fiction Il sangue dei vinti in quanto mostrava i buoni nella parte dei cattivi e viceversa. E un anno fa il magistrato milanese Armando Spataro disse «fanno bene a protestare i parenti delle vittime» quando si seppe che al film di Renato De Maria La Prima Linea, tratto dall’autobiografia del pluriomicida Sergio Segio, sarebbe andato un milione e mezzo di euro di finanziamento pubblico. I produttori, poi, rinunciarono al contributo dello Stato.

Solo tre esempi, senza contare le innumerevoli occasioni in cui i familiari di chi è stato ucciso hanno comprensibilmente manifestato dolore e rabbia per aver visto i carnefici dei loro cari pontificare sui giornali o in tv di anni di piombo, violenza politica, strategia della tensione eccetera eccetera.

E ora Gabriella Vitali parla al quotidiano L’Eco di Bergamo per dire la sua sul film dedicato a Vallanzasca, che sarà interpretato da Kim Rossi Stuart, lo stesso bravo attore protagonista della fiction sulla Uno bianca, nella quale però era il personaggio positivo. A parte la sofferenza dei familiari per il dolore che si rinnova, ha spiegato la vedova D’Andrea, «si lancia un messaggio sbagliato alle nuove generazioni e si dà l’impressione che chi compie crimini orrendi alla fine non paghi fino in fondo».