Errori, bugie e improvvisazioni Tutte le bufale spacciate per verità

Il documento contro il governo è pieno di clamorose imprecisioni. Le fonti sono i giornali e report non ufficiali. E il commissario europeo non conosce neanche le direttive europee

da Milano

Le forze dell’ordine capaci di compiere raid nei campi rom sparsi sul territorio, leggi adottate sulla scorta di pregiudizi razziali, prefetti dai superpoteri in contrasto con i principi dello Stato di diritto, pubblica sicurezza garantita col terrore poliziesco. Questa è l’Italia secondo il Consiglio d’Europa, parola di Thomas Hammarberg. Quadro immortalato nella relazione sui diritti umani delle popolazioni rom e sinti che vivono nel nostro Paese. Piena di incongruenze in materia legislativa, imprecisioni cronologiche, verità di parte, autentiche bufale e non pochi strafalcioni. Come quello che individua la povera Giovanna Reggiani, massacrata nei pressi della baraccopoli abusiva di Tor di Quinto a Roma da un romeno reo confesso, nella fantomatica «Giovana Grenga, del cui assassinio i giornali italiani hanno accusato senza prove un romeno». Dopotutto, tra le fonti «ufficiali» del documento si trova di tutto: dai siti indipendenti dell’associazionismo ai blog vagamente anarchici, dalle preziose consulenze di una candidata rom nelle liste di Rifondazione comunista (non eletta) al Parlamento e qualche articolo di Repubblica.
Deve essere stata davvero una due-giorni intensa e illuminante per lo svedese commissario per i Diritti umani del Consiglio d’Europa. Quando il 19 giugno scorso Hammarberg è sbarcato per la prima volta in Italia, ha dichiarato appena sceso dall’aereo: «Sono venuto qui per farmi una mia opinione sulla situazione dei migranti e della minoranza rom nel vostro paese». Una visita lampo, dunque, «fitta» di incontri con il ministro dell’Interno Roberto Maroni, il presidente nonché il segretario dell’Associazione nazionale magistrati e soprattutto tante associazioni e Ong che difendono al causa dei rom, dall’Opera Nomadi alla Federazione Insieme. Compresa la partecipazione alla Giornata mondiale del Rifugiato ai Musei di San Salvatore in Lauro. Tutto in meno 48 ore. Una puntatina «mordi e fuggi», ma quanto è bastato per giungere alla seguente conclusione: «Una politica in materia di immigrazione non può basarsi solo sulle preoccupazioni relative alla sicurezza pubblica. Le misure adottate al momento in Italia non rispettano i diritti umani e i principi umanitari e rischiano di appesantire il clima di xenofobia».
Da ieri il diario di viaggio del garante europeo dei rom e sinti è diventata un documento ufficiale, sebbene ancora sottoforma di bozza, inviata al governo con le relative raccomandazioni. E il testo contiene toni tanto allarmistici da mettere in discussione il rispetto della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali del 1950.
LE PREMESSE E LE ACCUSE
Il commissario parte subito in quarta associando le manifestazioni popolari di protesta - come quelle di Roma, all’indomani dell’omicidio Reggiani da parte di Romulus Nicolae Mailat, o i roghi al campo nomadi di Ponticelli (Napoli), dopo il tentato rapimento di una bambina di sei mesi ad opera di una zingara - ai provvedimenti normativi varati dal governo. Testualmente: «Episodi a volte molto violenti che rientrano nel quadro dell’adozione o della preparazione, in tempi relativamente brevi, di una legislazione che miri a introdurre ulteriori controlli alla libertà di movimento di rom e sinti, la criminalizzazione dell’immigrazione clandestina e ulteriori restrizioni ai richiedenti asilo». E ribadisce la condizione di rom e sinti in Italia, «vittime di una grave e cronica discriminazione, intanto le leggi che li riguardano sono preparate in un clima di pregiudizio xenofobo». Quindi l’attacco diretto alla società, nel punto in cui si mette in evidenza «l’uso di argomentazioni razziste nell’esercizio della politica, che sempre più spesso sceglie come obiettivo i cittadini extracomunitari, i musulmani e i rom, i quali necessitano di un disperato bisogno di protezione».
LE ISTITUZIONI NEL MIRINO
Nella nota del Consiglio d’Europa fa da spartiacque la data del 21 maggio scorso, giorno in cui il Viminale ha attribuito poteri speciali ai prefetti di Milano, Roma e Napoli per trovare soluzioni adeguate e condivise all’emergenza nomadi. Apriti cielo. Secondo Hammarberg «instaurare lo Stato d’emergenza e conferire poteri più estesi ai “Commissari straordinari” non è il corretto approccio al fine di rispondere ai bisogni della popolazione». Vorrà dire gli italiani? Ma no, certo: dei rom. Ma la vera «bomba» si trova al paragrafo 32 del documento. Testuale: «Ci siamo soffermati sulle dimostrazioni anti-rom e sinti, in alcune occasioni violente e che si sono concluse con incendi appiccati negli insediamenti. Come è riportato dagli osservatori, i campi rom non sono stati efficacemente protetti dalla polizia italiana, che anzi ha compiuto al loro interno violenti “raid”. Né sono state rese disponibili le conclusioni di eventuali inchieste aperte dalla autorità competenti a proposito di tali incidenti». Esplode la polemica. Un tentativo di smentire, da Bruxelles, arriva. Troppo tardi.
Censurata da Hammarberg pure la partecipazione, diretta o indiretta, di forze politiche alle proteste dei cittadini così come l’immancabile responsabilità dei mezzi di comunicazione. L’Italia, insomma, piuttosto che sgomberare i fortini dell’illegalità e sottrarre i minori del racket dello sfruttamento dovrebbe preoccuparsi di tutelare i «diritti sociali» di tutti i rom, compreso «il diritto a un’abitazione decente».

LE «SVISTE» CLAMOROSE

Tanto inchiostro è sprecato nel chiedere alle autorità italiane di precisare all’Unione l’uso del termine «nomadi», che «non deve avere un significato discriminatorio e negativo nell’identificare le comunità rom, sinti e camminanti». Un appunto che Hammarberg avrebbe dovuto fare all’Opera Nomadi, che questa parola la porta nel nome, si direbbe senza intento persecutorio.
Ben più seria la gaffe sulle espulsioni. Il Consiglio d’Europa ammonisce l’Italia di voler piegare le politiche di pubblica sicurezza, contenute nel pacchetto Maroni, a vere e proprie «espulsioni collettive rivolte a una sola etnia». Strano che il Commissario ai Diritti umani dei cittadini europei ignori l’esistenza della Direttiva 2004/38/CE, recepita dall’ordinamento nazionale con il decreto legislativo n. 30 del 2007. Una norma che consente, nel pieno rispetto del Trattato, di allontanare dai confini di un paese membro gli immigrati comunitari che vivono di crimini o espedienti e non possono provvedere alla propria assistenza sanitaria. Hammarberg, inoltre, nel dossier insiste con la leggenda metropolitana del «reato penale di clandestinità», criticando la decisione del governo che «ha voluto introdurlo». Peccato che ormai anche i muri sanno che non si tratta di reato bensì di «aggravante».