Errori a catena: Bertone al capolinea

Questione di manager. La débâcle di Bertone assomiglia, in piccolo, a quanto è successo recentemente in casa Fiat. Se non si hanno le persone giuste nel posto giusto, se chi è preposto a incasellare le tessere del mosaico non ha le idee chiare, o è mal consigliato, a pagare sono l’azienda e i suoi dipendenti. E a poco servono il blasone del nome e i successi collezionati in 95 anni di storia. In poco tempo tutto può andare in fumo. Lo stesso amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, ha spiegato le ragioni che hanno fatto tramontare la possibilità che il Lingotto salvasse la Bertone: «Non c’erano le condizioni necessarie, non abbiamo condiviso gli stessi obiettivi». Come a dire, forse, che dall’altra parte gli interlocutori avrebbero dovuto presentarsi in via Nizza con un atteggiamento diverso. E così la Lancia CC verrà prodotta a Mirafiori. L’unico salvagente riguarda la disponibilità, se si creeranno le condizioni, ad assumere gli operai della carrozzeria torinese. Eppure Nuccio Bertone, al momento della morte, aveva lasciato ai posteri un’azienda florida con un buon portafoglio di commesse, tra cui quella relativa alla produzione delle Opel Astra Cabrio e Coupé, firmata nel 1997. Uscito di scena, nel 2000, l’amministratore delegato Paolo Caccamo, è iniziato il lento declino: affari sfumati (Alfa Gt e Opel Tigra CC) e maldestri tentativi di diversificazione (nella nautica con Azimut-Benetti). Ora i sindacati reclamano l’arrivo di una sorta di Marchionne per salvare il salvabile. Ma i miracoli difficilmente concedono il bis. Sei anni di errori e scelte sbagliate sono troppi.