«Gli errori dei giudici? Pochi controlli e troppo garantismo»

Saponara (Csm): «I magistrati sentono ancora aria di ’68 e sono insofferenti a ogni gerarchia. È ora di privilegiare il merito all’anzianità»

da Roma

Consigliere Michele Saponara, vice presidente della sezione disciplinare del Csm, magistrati che per errore fanno scarcerare stupratori o che fanno tornare in libertà mafiosi perché depositano tardi le sentenze: e il Csm che fa?
«Cerca di applicare con rigore le norme del nuovo ordinamento giudiziario con la tipizzazione degli illeciti disciplinari che prevede per ognuno una sanzione e stabilisce nuove responsabilità per i capi degli uffici. Sono loro che devono denunciare al Csm errori e manchevolezze. Ci stiamo impegnando al massimo nella disciplinare, anche dopo l’appello del capo dello Stato per il caso Pinatto, per accelerare le pratiche dei magistrati “ritardatari” o che compiono altri illeciti, anche con udienze straordinarie».
Del caso della procura di Padova che cosa pensa?
«Non posso pronunciarmi su questo episodio: non conosco i dettagli e potrebbe arrivare proprio davanti alla sezione disciplinare. Ma, in generale, posso dire che nella riforma del processo penale bisognerà affrontare anche il problema delle notifiche e delle nullità. Il sistema si presta ad essere aggirato troppo facilmente, anche per un garantismo a volte eccessivo».
Spesso le sanzioni del Csm appaiono irrisorie e tardive rispetto alle gravi conseguenze di certi atti: non sarà che questa «giustizia domestica» è macchiata dal corporativismo?
«A volte le sanzioni sembrano lievi alla gente, ma anche un ammonimento incide sulla carriera del magistrato. Comunque, tutte le forme di “giustizia domestica” hanno certi problemi, succede per le toghe come per gli avvocati o i medici. Il problema va affrontato con qualche controllo in più, qualche estraneo in più nelle commissioni giudicanti».
Per questo si parla di una sezione disciplinare esterna al Csm sollecitata anche dal vicepresidente Mancino. Ma l’Anm si oppone. È una soluzione?
«Si è parlato di qualcosa del genere anche per gli avvocati, per creare un organismo meno vicino all’ambiente dell’accusato, più neutrale, insomma. Il problema non è facile e dev’essere studiato. Ma non è solo questo che può rappresentare la soluzione di tutti i mali».
Che cosa può incidere allora?
«Dipende molto dai capi degli uffici che devono vigilare e hanno la responsabilità dell’andamento di tribunali e procure. Il problema, però, è che il principio dell’autonomia e dell’indipendenza delle toghe porta il più delle volte al rifiuto di qualsiasi controllo. Anche in magistratura c’è stato il ’68 e questo ha provocato un’insofferenza verso ogni gerarchia. Ecco perché è fondamentale scegliere capi degli uffici che siano autorevoli senza essere autoritari, che sappiano relazionarsi con gli altri magistrati e gli avvocati. Il nuovo ordinamento giudiziario ci consente di privilegiare criteri di professionalità per i dirigenti, mettendo da parte quello dell’anzianità. Però, si deve arrivare al tempo stesso a conciliare autonomia e indipendenza della magistratura con un minimo di principio gerarchico e un grande senso di responsabilità».
Vuol dire che scontiamo l’onda lunga di errori del passato e che diventa importante formare in modo diverso i nuovi magistrati?
«È fondamentale il reclutamento, la preparazione, la formazione. Adesso, poi, non si manda più un giovane che ha appena superato un concorso a fare il giudice monocratico, non ci sono più quelli che venivano chiamati “giudici ragazzini”. Ma ci vuole del tempo per cambiare le cose».
E la politicizzazione della magistratura, le correnti, quanto pesano su questi problemi? Nella sezione disciplinare siete quattro togati e due laici: prevale sempre la prima componente per arrivare ad una decisione.
«Ma il fatto che i togati siano di correnti diverse serve ad equilibrare e noi laici facciamo del nostro meglio per tenere fuori dalla porta motivazioni improprie».
Rimane il fatto che i casi che fanno scandalo si moltiplicano e che l’opinione pubblica diventa sempre più insofferente.
«Mi rendo conto che c’è una sfiducia diffusa e noi sappiamo che dobbiamo dar conto alla gente. Ma sempre applicando innanzitutto la legge».