Errori e difetti di Luchino

A parlare di difetti nei film di Luchino Visconti, c’è il rischio di fare, almeno agli occhi dei suoi fanatici ammiratori, la figura di gente grossolana e sprovveduta, che scambia per errori ciò che viceversa è stato messo lì a bella posta per creare effetti raffinati, accessibili solo agli eletti. Insomma, tutto in quei film sarebbe voluto e calcolato, in modo particolare quel che ai mortali appare gratuito o eccessivo: il movimento della macchina troppo insistito, la pausa nel racconto protratta fino alla provocazione, la digressione di cui non si afferra l’utilità, il dialogo banale, le comparse sullo sfondo, le luci e le ombre, i rumori. Ad ogni dubbio o perplessità, si ha l’impressione che il regista salti fuori a dire: vergognatevi, voi che non capite: non avete la preparazione, l'intelligenza, la sensibilità per arrivare a me. E certe volte il gioco gli riesce. Guardiamo, ad esempio, la sequenza del ballo, nelle Notti bianche, che è il film di cui vogliamo questa volta discorrere. È una storia d’amore, secondo il principio enunciato, mi pare da Heine: «Lui amava una ragazza che ne amava un altro». Lui, Marcello Mastroianni, si chiama Mario, ed è un impiegato modesto, timido, in cerca della compagna della vita; un ragazzo qualsiasi, si autodefinisce. Lei si chiama Natalia: abisso d’anima slava, con inquietudini e contraddizioni che soltanto la grande bravura e naturalezza di Maria Schell riescono a rendere plausibili. L’altro è un uomo misterioso, che deve tornare, e lei lo aspetta sul ponte, piena di trepidante speranza e disperazione, come si conviene al personaggio. Lì Mario la incontra, in una delle sue notti immiserite dalla solitudine: è l’anima gemella. Di peggio non gli poteva capitare.
pubblicato su «Rotosei»
il 29 novembre 1957