Errori, regali e poche idee È la solita Italietta del rugby

Dublino Il solito senso di impotenza, anche questa volta. Un altro debutto amaro per il Sei nazioni degli Azzurri. Sono lontani i tempi di quella clamorosa prima volta quando nel 2000 mettemmo in riga la Scozia sull’erba del Flaminio. Oggi la storia è diversa. Non siamo più i ghepardi di una volta e il resto del gruppo se ne è accorto. Al Croke Park, monumento allo sport gaelico, gli azzurri costruiscono le ragioni di una sconfitta su un paio di clamorosi errori di chiusura e soprattutto su una pressoché totale assenza di palloni da giocare. La touche è solo un ricordo, la mischia ordinata diventa l’occasione per regalare calci di punizione da mettere sull’infallibile piede di Ronan O’Gara che non perdona. Alla fine saranno sette i palloni persi nel fondamentale della rimessa laterale. Lanci sbagliati, chiamate e schemi poco adatti alle circostanze. Il commissario tecnico se ne assume tutta la responsabilità a fine partita. Mallett sa bene che con l’Irlanda questo non te lo puoi permettere. Soprattutto quando devi fronteggiare a suon di placcaggi il talento di Brian O’Driscoll e la capacità di dare continuità alla manovra da parte di O’Leary. Sono una grande squadra i verdi di Decklan Kidney, forse la migliore del lotto.
Così quando Kaine Robertson si fa aggirare nell’uno contro uno da Trimble, per gli Irish diventa davvero un gioco da ragazzi allargare il tema e andare a colpire là dove la difesa azzurra non sa arrivare. È un vecchio problema, ingigantito dall’assenza di Sergio Parisse e dall’alternativa Zanni che Mallett si ostina a non valorizzare per quelli che sono i suoi talenti. Il «fondo touche» resta uno sconosciuto e quando a partire sull’ennesimo regalo azzurro è O’Leary la seconda meta diventa la naturale conseguenza di un sistema di difesa troppo facilmente preso in contropiede. L’Irlanda così viaggia sul velluto. Deve solo mettere a frutto le occasioni che comunque gli azzurri le mettono su un piatto d’argento. Solo una leggerezza di Kearney mette tra le mani di Robertson l’illusione di restare comunque in partita.
L’Irlanda controlla e diverte. Gower da parte sua illumina il gioco solo con un malizioso calcetto dietro le linee che all’Italia fa annusare il gesso della linea di meta. Ma anche l’australiano è poca cosa nell’economia di un match in cui l’Italia è soprattutto un dettaglio. L’impegno non manca, per carità. Segnali positivi arrivano dalla tenuta difensiva che gli azzurri mettono nel secondo tempo e che mantengono il risultato entro limiti accettabili. Ma la distanza tra i mortali e «l’olimpo degli dei» è siderale. Te ne accorgi quando anche la prima linea, la nostra tradizionale arma in più viene controllata dal pacchetto irlandese che si concede anche qualche «carrettino» contro una delle mischie più forti del mondo.
L’Italia pecca anche in disciplina. 13 punti O’Gara, altri 3 firmati da Wallace a ritoccare un tabellone mai messo in discussione. Garcia si becca il solito giallo che il francese Poite si dimentica di estrarre quando Leo Cullen si rende protagonista di una spinta assassina in rimessa laterale. Sono dettagli che non cambiano di una virgola il senso di una sfida che comunque la si metta butta una forte preoccupazione verso quelle che saranno le prossime sfide degli azzurri. A cominciare da quella di domenica al Flaminio contro l’Inghilterra che ha battuto il Galles a Twickenham dimostrando di essere una squadra volubile quando si vuole ma tuttaltro che in crisi.