Gli errori Udc sull’Afghanistan

Gianni Baget Bozzo

L’Udc, nel suo più qualificato esponente, Pierferdinando Casini, ha dichiarato che voterà a favore del disegno di legge governativo che rifinanzia la missione militare italiana in Afghanistan. Ciò supporrebbe una divisione in parti del testo del disegno di legge, che contiene anche il ritiro delle forze armate italiane dall’Irak. L’uscita dall’Irak del contingente italiano è prevista in termini assai diversi da quella negoziata dal governo Berlusconi con la «coalizione dei volontari» e con le autorità irakene. Quella del governo di centrodestra comportava che, anche dopo il ritiro, rimanesse una forza militare di ottocento soldati per proteggere un impegno sul terreno civile e sociale. Quella del governo Prodi parte dal rigetto dell’intervento italiano in Irak come sbagliato e controproducente e perciò stabilisce il ritiro totale delle forze italiane, anche se è previsto nei medesimi termini temporali di quello negoziato dal governo Berlusconi.
Ma anche l’intervento in Afghanistan avviene in forma assai diversa. Con il governo Berlusconi esso nasceva da un forte impegno della lotta contro il terrorismo e comportava un aumento del corpo di spedizione, l’invio di aerei da caccia, la presenza italiana nel sud del Paese dove è più forte l’offensiva dei talebani. Si trattava di un intervento che intendeva impegnarsi per la vittoria della coalizione nella martoriata terra afghana. Il disegno di legge di questo governo è determinato dalla volontà di non rompere con gli alleati organizzando l’intervento italiano in termini di mera continuità, ma senza la reale partecipazione alla strategia antiterrorista.
Casini sostiene che Prodi ha paura del voto dell’Udc perché potrebbe essere determinante e quindi questo voto sarebbe la prova dell’inesistenza dell’Unione come base di un governo. Significherebbe la fine del governo Prodi, che certamente non può accettare un ribaltone e se avesse la maggioranza del Senato solo grazie al voto dei centristi dovrebbe dare le dimissioni.
Ma non sembrava che l’intenzione dell'Udc fosse quella di produrre la crisi del governo Prodi in tempi brevi. Pareva che prevedesse tempi lunghi per questa maggioranza e per questa opposizione. Il governo Prodi non può essere considerato un governo fedele alla tradizione atlantica della politica estera italiana. Di esso fa parte una componente pacifista che vede la lotta per la pace come la forma attuale della lotta contro la prevalenza del sistema americano e del sistema capitalistico nel mondo. Il suo intento politico è di rendere antagoniste tutte le tensioni esistenti nel mondo occidentale e trasformare i punti di frizione interna in motivi di crisi del sistema.
Una sinistra radicale è presente in tutti i parlamenti europei, ma solo in Italia essa è parte del sistema di governo. Gli otto dissidenti indicano la posizione più estrema dei radicali di sinistra, ma essi si fondano (e questo è il loro punto di forza), sulle piattaforme politiche e culturali che hanno caratterizzato la sinistra antagonista. Bertinotti ha indotto la sinistra radicale all’alleanza di governo, ma nella misura in cui essa riuscirà a far prevalere la propria identità. E nel caso del disegno di legge in questione ciò appare evidente.
Non vi è coerenza tra il significato del voto dato al governo Berlusconi alla politica della coalizione dei volontari e l'intervento in Afghanistan e quello dato dal neutralismo che prevale nell’attuale alleanza di sinistra. Perciò non è la coerenza che può spingere a votare a favore del governo solo perché esso mantiene, ma in forma politica sostanzialmente diversa, la scelta di intervento del governo Berlusconi. Il voto dell’Udc a favore del disegno di legge non può essere ovvio in termini di coerenza con la posizione del governo Berlusconi. Significa avvallare una linea politica di disimpegno dall’alleanza atlantica. E ciò sarà espresso dalla mozione che l’Unione prepara negli interventi militari italiani nel mondo, intesi in chiave neutralista e pacifista.
bagetbozzo@ragionpolitica.it