Erving, dagli Usa con dolore per il suo Willie

Marcello Castaldi

Quando MJ rese noto il suo ritiro, definitivo, dalla pallacanestro, annunciò imperturbabile: «Se non ci fosse stato Doctor J, non sarei mai diventato Micheal Jordan». Con queste parole l’allievo che probabilmente superò il maestro, rendeva omaggio a uno dei giocatori più leggendari della storia della pallacanestro mondiale. A colui che risollevò le sorti della Nba a metà anni Settanta col suo gioco e le sue schiacciate spettacolari, al primo vero uomo volante. A Jiulius Winfield Erving II: al secolo «Doctor J». Mai nessun giocatore potrà più vestire la maglia dei Philadellphia 76ers col numero 6, quella che incantò le platee di tutta la Nba a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, epoca culminata con l’anello conquistato nel 1983, contro i Los Angeles Lakers. «Doc J» venne per la prima volta in Italia nel settembre del 1982, in una partita esibizione contro l’Olimpia Milano, grazie allo sforzo del GM Tony Cappellari e Leo Vhester. Dopo 23 anni, la leggenda è tornata, in onore di un suo grandissimo amico: Willie Sojourner, scomparso poche settimane fa a Rieti in un tragico incidente stradale. I due erano molto amici, e la notizia della scomparsa di Willie ha profondamente toccato Julius Erving, tanto da spingerlo ad accettare immediatamente l’invito di Gaetano Papalia, presidente della Sebastiani Rieti: «Provo grande tristezza - ha spiegato al suo arrivo a Fiumicino - perché torno in Italia a seguito della scomparsa di Willie, ma sono nel contempo onorato di essere stato chiamato a ricordarne il grandissimo spessore umano oltre che tecnico». Divennero inseparabili ai tempi della Aba, un’amicizia nata spontanea nei Virginia Squires, e che il tempo ha solamente rafforzato. «Doctor J» fu testimone di nozze di Sojourner, ma soprattutto fu proprio Willie Sojourner a coniare per primo il termine «Doctor J», appellativo entrato poi nella leggenda: «Fu a un torneo estivo a New York - racconta Julius Erving - e ricordo che Willie andò dallo speaker e gli disse di chiamarmi in quel modo. Era un atleta coinvolgente, un uomo pieno di entusiasmo Willie. Ci legava un grandissima amicizia, eravamo come fratelli, e quando poi lui venne in Italia, ci siamo comunque sentiti nonostante la lontananza». La permanenza a Roma della stella del basket mondiale era iniziata proprio con una conferenza stampa a Rieti dove l'abbraccio del pubblico reatino è stato davvero caloroso: «Io e Willie - ha raccontato Erving - non abbiamo mai litigato: siamo sempre stati insieme e uniti. Quando ci siamo conosciuti eravamo due matricole, appena arrivate nella loro prima squadra da pro e quando sei una matricola i veterani ti fanno fare praticamente di tutto: ti fanno portare le loro borse, ti fanno fare le cose più difficili. Anche in Virginia Willie diffuse il mio soprannome: dato che non c’era mai stato un “Doc” giocatore in squadra, ogni volta che mi chiamava così arrivava o il dottore o il massaggiatore e allora Willie disse: il medico sarà Dr. M, Julius sarà Dr. J».
Dopo l’incontro di sabato sera con Veltroni in Campidoglio e un fugace saluto a una riunione della Fiba, Erving è tornato ieri a Rieti: ha assistito al confronto tra Sebastiani e Montegranaro e ha salutato affettuosamente il pubblico che lo ha osannato in ogni istante della giornata.