«Esco dal mio isolamento Nel 2008 il nuovo album»

Ciascuno è sovrano nella sua solitudine. Studio le parole delle canzoni, magari canterò in una lingua inventata da me

nostro inviato a Sanremo

«Vieni, vieni via con me». Paolo Conte corre a fumarsi una Marlboro nella penombra fuori dall’Ariston, e aspira lento e tranquillo come fosse un signore del Verga. Le volute sanno di jazz, quello da notte fonda; le parole hanno la stessa metrica geniale che ritrovi nelle canzoni, a cavallo tra favola e poesia. Vive, lui che può, una vita fuori dal tempo, perso com’è nei fatti suoi, nella musica che non c’è più, nella ricerca spasmodica, feroce, forse illusa dell’alchimia perfetta tra il suono degli strumenti e quello della voce. Si entusiasma, a 70 anni più che mai, e si capisce dagli occhi che si illuminano quando vogliono, anche a dispetto della bocca che preferirebbe tacere e allora lascia che parlino solo gli sguardi, a lampi, attraversando con la passione il fumo della sigaretta.
Paolo Conte, quest’anno pochi concerti, distanti l’uno dall’altro, giusto per sentire l’effetto che fa.
«Me ne sto sempre nella mia casa vicino ad Asti dove abito da dieci anni, ad ascoltare musica, quella vecchia, il jazz e la classica che mi accompagnano da quando sono ragazzo. E sto bene da solo: ciascuno è sovrano nella propria solitudine».
Cerca così l’ispirazione?
«Da dove arrivi l’ispirazione non lo saprei proprio. E se lo sapessi sarei più felice. In questo periodo sto preparando le nuove canzoni, sono nella fase ipotetica che precede il disco, fatta di ricerca, ascolto, pensieri. È ancora un magma di cui non saprei neanche dare una definizione, è indefinito».
In quale modo compone i brani?
«Ho sempre scritto partendo dal nulla. Prima la musica, poi le parole. Le cerco che mi somiglino, voglio avere la certezza che mi somiglino. È un lavoro meticoloso, a tratti estenuante».
Ha mai pensato di cantare in una lingua inventata, solo sua?
«Talvolta ci ho pensato, ho pensato a esprimermi in un modo diverso. E andrà a finire che prima o poi canterò in una lingua che mi sono costruito da solo».
Dario Fo ha fatto più o meno la stessa cosa.
«Se ci penso per me è anche strano: siamo stati, noi della mia generazione, innamorati di tanta musica che non capivamo perché cantata in inglese e nessuno lo sapeva. Io continuo ad ascoltare sempre quelle canzoni».
Perché?
«Perché ormai dall’America e dalla Gran Bretagna non arriva più niente di particolarmente interessante, le novità che ascolto di tanto in tanto non mi attirano».
Però quest’anno ha suonato il piano nel nuovo disco dei Marlene Kuntz e ha cantato in Danson Metropoli con gli Avion Travel. Il cantante Peppe Servillo ha raccontato di quanta meticolosità lei metta nell’ascolto dei brani.
«La musica è una cosa seria, non può essere presa alla leggera».
La serietà. C’è chi la reclama in piazza, sta nascendo l’antipolitica.
«Grillo non lo capisco, non posso valutarlo. Quello che so, l’ho visto in tv, che è un luogo che deforma e falsa tutto. Dovrei sentirlo dal vivo».
Quando uscirà il suo nuovo album?
«Probabilmente nel prossimo anno, anche se adesso è difficile prevedere esattamente quando».
Dopo Elegia del 2004, sarà un’altra prova di maturità.
«La maturità è una brutta cosa. Gli artisti danno il meglio di sé quando sono giovani, quando hanno appena iniziato».
Lei invece è già pieno di eredi, dicono.
«Non ci sto a quando definiscono qualche altro cantante come mio erede: ciascuno ha una storia sua, diversa dalle altre».
Comunque l’età media del suo pubblico si abbassa.
«È vero, ai miei spettacoli vengono anche i giovani, c’è un tam tam, una sorta di passaparola che li coinvolge».
Sarà per questo che molti la vorrebbero al Festival di Sanremo, proprio sul palco dove ha cantato l’altra sera.
«Non credo di essere adatto, quello non è il mio posto. Poi, più passano gli anni...».
Neanche come ospite speciale?
«Diciamo che non sto bene con altri artisti intorno, non è proprio la condizione che preferisco».