Escobar: "Milano provinciale? Smettiamola"

Il direttore del <em>Piccolo Teatro</em>: &quot;Ora la sfida è fare investimenti che non evochino i fantasmi di Italia ’90. Non solo opere urbanistiche ma anche spazi per far circolare cultura, idee, lingue&quot;

«Adesso spero smetteremo di chiederci se Milano è provinciale. Questa domanda è la prima forma di provincialismo». Sergio Escobar è molto soddisfatto di questo salto di Milano nel mondo. Il Piccolo Teatro è uno dei simboli della vocazione internazionale della città e lui, da direttore, immagina qualche passo in più: «Tutte le Expo sono state una formidabile occasione di scambio culturale. Adesso l’obiettivo è far diventare normale ciò che sembra straordinario». Pensa anche a Malpensa: «Il declassamento diventa ancora più paradossale».
Che cosa cambia con l’Expo 2015 per la cultura milanese?
«Molto è già cambiato, perché la battaglia per l’Expo ha fatto riscoprire il potenziale straordinario di cultura che la città ha sempre avuto ma del quale negli ultimi anni è stata meno consapevole. Non riusciva più a rappresentarsi in modo adeguato e invece con l’Expo ce l’ha fatta. La svolta è già avvenuta. Adesso dobbiamo rimboccarci le maniche e continuare a lavorare».
A che cosa attribuisce questo rinato senso di sé di Milano?
«Il merito principale è ovviamente del sindaco Moratti, che ha capito, con grande entusiasmo, che il risultato sarebbe stato ottenuto solo puntando alto e lavorando concretamente. Il merito della città è aver seguito il metodo che ha consentito di superare il solito frazionamento. Nel nostro Paese si parla spesso di fare sistema, ma nei fatti ci si perde nei rivoli di interessi particolari. Queste spaccature fanno molto male a chi, come noi che operiamo nella cultura, si confronta costantemente con il resto del mondo. Invece questa volta si è riusciti davvero a presentare il potenziale che ha Milano e con lei il Paese».
Arriveranno investimenti per tre miliardi di euro. Una manna sulla città?
«L’importante è che gli investimenti non vengano fatti solo nella città ma per la città. Non voglio evocare vecchi fantasmi come gli alberghi abbandonati dopo Italia ’90 perché sono sicuro che non accadrà nulla del genere. Ma non basta che le strutture restino utili anche dopo l’Expo. La sfida è ancora più alta e cioè rimanere coerenti con la scelta fatta e avere una strategia complessiva, basata sulle idee, che metta Milano al centro. Non solo costruire nuovi spazi per ospitare l’Expo».
Vuol dire che non bisogna investire solo sugli edifici?
«Non solo modificare l’aspetto urbanistico ma investire anche nelle infrastrutture che consentono la circolazione delle idee, delle lingue, delle culture, delle differenze. Se Milano riuscirà a fare questo ritroverà se stessa».
Ha in mente progetti per il Piccolo legati all’Expo?
«Amplieremo l’apertura e l’ospitalità, la collaborazione con le altre istituzioni, tra i teatri milanesi e con tutti i teatri del mondo. Ci sarà un riflesso immediato nei confronti di chi fa spettacolo, nella quantità di spettacoli prodotti da offrire a chi verrà a Milano. Ma la scommessa è un avvicinamento progressivo al 2015 attraverso rapporti di collaborazione internazionale che daranno la vera anima all’Expo».
Un sogno nel cassetto?
«Riuscire ad attrarre i giovani con un festival delle scuole di teatro del mondo. E poi ospitare i teatri della Turchia con cui da anni già lavoriamo. Mi piacerebbe anche una coproduzione del Piccolo con la Turchia».