Escono dalla gara la brava Noa, Dirisio e Spagna

Cesare G. Romana

da Sanremo

Sarà una magrissima consolazione, ma la primavera ha riconquistato Sanremo, e un’aguzza falce di luna brilla in un cielo finalmente tersissimo. È l’unica nota lieta di questo festival uggioso e piovorno, la cui «terza puntata» - così la definisce un comunicato Rai, e non a caso: Sanremo ha ormai l’interminabile durata d’un serial - ha visto concludersi, ieri, la sfilata dei giovani e la riproposizione dei big. Tanta manna per i guastatori delle giurie demoscopiche, che quando trovano una canzone appena decente, s’infuriano e la bocciano. Così anche ieri nuove teste sono cadute, e ancora una volta non erano le peggiori. Sono le teste di Noa e Carlo Fava, un crimine, Luca Dirisio e Spagna. Tra i giovani escono di scena gli Ameba4, Ivan Segreto e Andrea Ori. Nulla di strano, d’altronde: perfino Celentano, con Il ragazzo della via Gluck, non arrivò alla finale.
Molto più modestamente è toccato a un’emozionata Simona Bencini aprire la terza serata con la sua non epocale canzone. Poi irrompono i Nomadi con il loro inno alla pace, la kermesse prende quota e subito si scatena la Nemesi: Alex Britti racconta il suo amore al profumo di cioccolata, ed eccoci ripiombare ai piani bassi. Né ci si risolleva con Spagna, brava, certo, ma immutabile, semmai ci si concede un brividino di piacevolezza con gli Zero Assoluto, e subito si torna a illanguidirci con uno Zarrillo inesorabilmente uguale a se stesso, anzi, un gradino al disotto del suo standard usuale.
Ma diciamolo pure: esiste uno standard sanremese? e ha qualcosa a che fare con la musica? Sarà un caso, ma proprio in questa settimana festivaliera Francesco De Gregori, uno che a Sanremo non ha mai messo piede, irrompe con il suo Calypsos al primo posto delle classifiche di vendita, là dove i protagonisti di Sanremo non vanno mai, da decenni. A riprova che con la grande canzone italiana, questo festival, ha ormai rotto i ponti, definitivamente.
E allora «accontentiamoci» di Dolcenera, brava a ispirata come di norma, con il suo pianoforte e la sua voce struggente. E di Noa e Carlo Fava, teneri e delicati come i fidanzatini di Peynet, con gli archi preziosi del Solis String Quartet e con una canzone che ha già un posto nella storia, e intanto rimane uno dei momenti più raffinati e intensi di questa edizione. Poi subentra Luca Dirisio, per carità, gran bravo ragazzo, e si torna al livello consueto. Quanto a L’Aura, è del genere che non piace alle giurie: il brano è spumeggiante, non banale e perfino intelligente, lei canta benissimo, a voi trarre le conseguenze. Lo stesso vale per gli Ameba4, baresi, fresca scoperta di Caterina Caselli. La loro potrebbe essere la ricetta vincente di questo festival, o la suprema rivalsa di chi è costretto a lavorarci: non prendersela, e riderci sopra, consigliano i quattro, tra effluvi neopsichedelici e svettante vocalità.
Arrivano via via il bravo Ivan Segreto, un altro che alle giurie procura qualche mal di pancia, e ancora Riccardo Maffoni, Andrea Ori e Tiziano Orecchio. Messi a galleggiare, come detriti d’un mondo lontano, in una serata piena di attori, atleti, comici (con una sola presenza musicale di spicco, quella di Shakira) tanti che alle ventuno e quarantacinque, dopo tre quarti d’ora di spettacolo, si era esibita una sola cantante, la Bencini, alle ventidue e trenta i cantanti già passati sul palco erano appena tre, e alle ventitrè erano cinque. È il solito problema d’un festival che da anni ha smesso di essere una rassegna di musica per diventare un normale varietà televisivo, onnicomprensivo e parolaio. Sarà che la musica, come dice saggiamente Pippo Baudo, non fa ascolto e non richiama la pubblicità. Ma allora perché non smetterla, con un festival che da tempo immemorabile ha rinunciato ad essere tale?