Esecuzione Saddam, Bagdad attacca l’Italia

Nouri al Maliki non ci sta. Non ci sta ad aver fatto di tutto per mostrarsi risoluto e determinato spedendo Saddam al patibolo in fretta e furia e ritrovarsi, ora, criticato da tutto il mondo. Così, mentre il presidente egiziano Hosni Moubarak gli rimprovera lo spettacolo «barbaro e rivoltante» di quell’impiccagione e George W. Bush si rammarica per la poco dignitosa fine riservata al tiranno, al Maliki fa a pugni con l’opinione pubblica internazionale, promette nuove esecuzioni e minaccia di rivedere le relazioni quei Paesi, e tra questi c’è l’Italia, che osano criticarlo.
«L’esecuzione del dittatore è un affare interno di questo Stato e riguarda solo il popolo iracheno. Respingiamo e condanniamo - strilla rivolgendosi ai soldati riuniti per l’anniversario dell’esercito - tutte le dichiarazioni arrivate da alcuni Paesi stranieri... Il nostro governo potrebbe riconsiderare le relazioni con tutte le nazioni che non rispettano la volontà del popolo iracheno». Assieme a Egitto e Germania, durissimi nel criticare i modi e la forma di quell’esecuzione, potrebbe andarci di mezzo anche l’Italia protagonista, tramite il presidente del Consiglio Romano Prodi, di un duro scambio di battute con il primo ministro al Maliki. L’«entente cordiale», avviata con la missione di Nassirya e sopravvissuta anche al ritiro delle nostre truppe, rischia insomma di sprofondare nella botola che ha ingoiato Saddam Hussein trascinando l’Italia nella lista dei «nemici dell’Irak».
Perché da veri e propri nemici vanno considerati, secondo al Maliki, i Paesi che «tentano di far passare l’esecuzione del tiranno per una scelta politica anziché per una decisione arrivata dopo un lungo e corretto processo che il tiranno neppure meritava». E di fermare le esecuzioni promette Maliki nemmeno se ne parla. «Sono stupefatto da certe reazioni, un affronto alle famiglie delle vittime. Noi continueremo a usare la giustizia contro chiunque ha commesso violenze e ha mani sporche di sangue innocente». Le rimostranze del premier iracheno vanno prese per quel che valgono. Mentre la fucina della guerra civile irachena sforna un centinaio cadaveri al giorno e il comportamento del suo esecutivo oscilla tra l’inettitudine e la partigianeria più dichiarata è difficile aspettarsi qualcosa di diverso.
Condannato a esibire un volto risoluto per non venir travolto, Nouri Maliki non può che difendere il proprio operato. Veleggiando sulle ali di tanta esibita determinazione al Maliki deve, giocoforza, bacchettare anche le organizzazioni umanitarie colpevoli di criticarlo dopo aver assistito indifferenti, in passato, «ai crimini di Anfal e Halabja, alle fosse comuni e alle esecuzioni di massa». Tanto sforzo retorico, indispensabile per risvegliare l’entusiasmo dei sostenitori sciiti, non contribuisce certo a garantirgli grande solidarietà internazionale.
L’ultima dura frecciata gli arriva dal ministro degli Esteri tedesco Frank Walter Steinmeier pronto a ribadire, come ha già fatto Mubarak, che le immagini dell’impiccagione rischiano di trasformare Saddam da tiranno in martire. «Quell’esecuzione portata a termine nel mezzo di una festa islamica crea inevitabilmente le condizioni per trasformare Saddam in un martire», spiega il ministro in un’intervista ricordando i pellegrinaggi alla tomba del raìs e ipotizzando persino il rischio di «una ulteriore escalation di violenza nel Paese».
Una previsione non proprio di buon auspicio per un premier che, dopo il fallimento di tutti i tentativi di contenere terrore e violenza, ha annunciato di voler setacciare i quartieri della capitale nel quadro di un nuovo piano per fermare stragi ed esecuzioni sommarie. Parole salutate dal ritrovamento di 27 cadaveri in un quartiere sunnita di Bagdad, dall’esplosione di almeno tre autobomba costate la vita a quattro persone e dal ritrovamento a Bassora dei cadaveri di due interpreti iracheni rapiti assieme a un cittadino americano.