Un esercito di «replicanti» sta invadendo le librerie Ma non chiamateli copioni

Jason Bourne. Sherlock Holmes. James Bond. Mike Hammer. Nomi sacri alla letteratura e alle tasche degli editori e poi al cinema e a quelle dei produttori. Nomi in compagnia dei quali più d’uno tra noi ha trascorso le ore più avventurose della propria vita. Storie in cui ogni parola ha un peso, ogni personaggio peculiarità di precisione infinitesimale, ogni battuta di dialogo un equilibrio che sarebbe sacrilegio turbare. Per questo accettare, spesso a cadavere autorale ancora caldo, non deve essere una decisione facile. Per uno scrittore, fare il continuatore deve assomigliare parecchio all’inferno. Robert Goldsborough, che lo ha fatto per ben sette romanzi con protagonista il Nero Wolfe di Rex Stout, ne fu così traumatizzato che nel 1994 dedicò la trama dell’ultimo, Il capitolo mancante (Mondadori) al misterioso suicidio di un continuatore. Il fatto è che si tratta di un ruolo relativamente nuovo ma già consolidato, nato per esigenze di marketing. Più consono, diciamo, agli sceneggiatori televisivi, che hanno mano e mente allenate alla serialità. Eppure attenzione a voi, eroi di carta e a noi, lettori affezionati: il vostro e nostro destino è nelle mani dei continuatori, prescelti dai grandi marchi editoriali globali per ridare vita a personaggi amati da milioni di fan e farne proseguire le storie oltre la morte del loro creatore.
Nel 2011 il fenomeno ha avuto un vero e proprio boom. Per la settima volta è risorto il Jason Bourne creato da Robert Ludlum (scomparso nel 2001) negli anni Ottanta: quest’anno è il turno di The Bourne Dominion, nuova declinazione firmata dal continuatore Eric Van Lustbader (in Italia pubblicato da Rizzoli): «Francamente quando è cominciato tutto non avevo idea se lo volevo davvero» ha raccontato Lustbader per spazzare le ansie dall’orizzonte. «Io e Bob Ludlum eravamo ottimi amici e di Bourne sapevo tutto. Ma ho detto alla Fondazione: non sono un ghostwriter e quindi non mi metterò a scrivere come lui. Inoltre, che non ci sia il suo nome sul libro, ma il mio, sennò non sono interessato». Dopodiché si è fatto venire l’idea di The Bourne Legacy nella doccia e negli anni ha eliminato praticamente tutti i personaggi di Ludlum tranne Bourne: «Sicché ora quel che resta è un universo tutto mio».
L’avventura di James Bond («nato» nel 1953 con Casinò Royale e creatura di Ian Fleming, scomparso nel 1964) a firma Jeffery Deaver, Carta bianca, è da poco uscita per Rizzoli ed è solo l’ultima di una lunga lista di «clonazioni autorizzate» dello 007 britannico: ci sono stati gli Young Bond, episodi per ragazzi creati già tre anni dopo la morte di Fleming; Il colonnello Sun, firmato dal papà di Martin, Kingsley Amis, con lo pseudonimo Robert Markham, nel 1968; le novellizzazioni dei film e, dagli anni Ottanta in poi, la decisione di far «rivivere» la saga originale, prima con i 16 bestseller di scarsa qualità di John Edmund Gardner, poi con 9 ottimi romanzi di Raymond Benson (molti pubblicati da Mondadori) e infine con la prova di Sebastian Faulks, Non c’è tempo per morire (Piemme, 2008) per il centenario della nascita di Fleming. Ma Deaver ha le idee chiare quanto Lustbader: «Niente romanzo d’epoca, un Bond trentenne e un libro scritto come volevo io, non “alla Fleming” come ha fatto Faulks» sono le condizioni dettate all’editore per fare il continuatore.
In libreria da poco negli Usa anche Kiss Her Goodbye la quarta storia di Mike Hammer «compiuta» dal continuatore Max Alan Collins al posto di Mickey Spillane, scomparso nel 2006 e autore di ben 7 dei 15 romanzi più venduti di sempre in America. Altro che responsabilità... Infatti in copertina il nome di Spillane compare eccome. Ma Collins, serializzatore professionista, firma tra l’altro di Dick Tracy, di infinite novellizzazioni ed episodi di CSI e di album di fumetti, ha le spalle larghe: lui e Spillane erano amici di lunga data e avevano già lavorato insieme alla serie di Mike Danger. Inoltre, avendo poco più di 60 anni, promette di portare avanti Mike Hammer per almeno altri dieci titoli.
Il 2011 è anche l’anno della resurrezione letteraria di Sherlock Holmes ad opera di Anthony Horowitz, che in precedenza ha firmato la serie per ragazzi di Alex Rider. L’uscita del romanzo è prevista per l’1.11.11 con il titolo The House of Silk, ma lo spirito dell’operazione, voluta dalla Fondazione Doyle sulle orme di quel che la Fondazione Fleming ha fatto per Bond, è noto da tempo. A narrare la storia, 106 anni dopo l’ultima avventura ufficiale, sarà Watson in prima persona, il setting vittoriano di Conan Doyle in 221bBaker Street e quartieri circostanti è stato mantenuto, insieme alla solenne promessa di sfornare «un mistery di prima scelta che soddisferà gli aficionados di Holmes ma avrà come compito anche quello di conquistarsi un nuovo pubblico». Roba da far tremare le vene dei polsi agli aficionados suddetti.