Gli esorcismi tutti da ridere di Albanese

Miriam D’Ambrosio

da Milano

È un esorcismo contro le paure quotidiane, questo Psicoparty di Antonio Albanese, testo scritto insieme a Michele Serra, Enzo Santin, Piero Guerrera e Giampiero Solari (che ne cura la regia), i compagni di strada di sempre, approdati al milanese Teatro Smeraldo dove sostano fino a domenica. Albanese è un attore completo, grande nella comicità fatta di verbo e fisicità forte, intenso e sorprendente nei ruoli drammatici. Nella prima mezz’ora di questo collettivo Psicoparty ha energia da spargere, rapisce il pubblico, non c’è un attimo di cedimento, lo conduce dove vuole.
Lui, con la bella scena creata da Elisabetta Gabbioneta (che fa pensare a un’opera di Mimmo Rotella) e una valigia rossa all’angolo del palco, dà corpo alle fobie dei nostri giorni. E a un tratto la scena si divide in tre, si spezza formando due quinte laterali che lasciano vedere gli specchi sul fondo e il gioco delle luci e del buio, di una regia presente come un secondo attore sulla scena, che accompagna, asseconda, ribalta, costringe, libera, sottolinea, blocca, insegue. Necessaria e forte, frutto del lungo sodalizio Solari-Albanese.
Poi i colori diventano freddi e appare il Ministro della Paura, inquietante come un personaggio dipinto da Grosz, che in cravatta argento e occhiali scuri, annuncia: «Una società senza paura è come una casa senza fondamenta». E in uno Psicoparty la necessità della paura è protagonista: si chiama ansia del futuro, fatica di vivere, spettro di attentati, timore di essere felici. Insomma, le fondamenta ci sono e salde.
Quando arrivano la tenerezza di Epifanio, lo stile di vita dell’industriale senza scrupoli Ivo Perego e «la voglia atavica di pilu che risale al tardo Medioevo» del candidato sindaco Cetto Laqualunque, Antonio Albanese si ripete un po’, completa con la formula dei personaggi amati dal pubblico, collaudati. Ma dopo il cappottino striminzito di Epifanio, l’arroganza di Perego e il capelluto Cetto, sul pulpito alto e adornato di lampadine colorate come il baldacchino d’un santo, torna Antonio. Come un cerchio che si ricongiunge e chiude con l’intensità iniziale, con «il cantico dell’equità sociale» e la voglia dichiarata di esprimersi sempre liberamente in ogni contesto. Ma «di libertà d’espressione non si ammala più nessuno». Con la bravura di sempre, fatta di sensibilità e intenso lavoro fisico, Albanese è in scena per un’ora e quaranta che vola via. Movimento costante, frenesia energetica e simbiotica tra regia e attore, accompagnato dalle note di Teo Ciavarella (al piano e tastiere) e Guglielmo Pagnozzi (sax e clarino). La tournée si chiude a Rimini il 10 aprile.