Tra espedienti e capitali in nero

Se in Italia esistono così pochi depositi bancari a nome di cittadini cinesi, come è possibile che i cinesi comprino con valigie di soldi e a prezzi alti le attività italiane? Grazie al fatto che per loro il primo esborso è soltanto un investimento per avviare un'attività e c'è sempre qualcuno che lo anticipa. Le guanxi, il sistema di relazione in cui è inserito ogni cinese, oppure gli istituti bancari, veri colossi come la Icbc, la prima banca al mondo per capitalizzazione e profitti appena sbarcata a Milano, che garantiscono capitali senza limiti. Se non si trattasse di un metodo basato sul contante, l'espansione di ogni «chinatown» piccola o grande sarebbe uguale a una conquista coloniale.
Il sistema infatti è molto simile a quello utilizzato dagli europei nei secoli del colonialismo: la madrepatria o dei connazionali anticipano un capitale con cui impiantare un'attività produttiva, intorno alla quale si svilupperà l'enclave della madrepatria, che poi restituirà dieci volte tanto. Le attività infatti permettono in primo luogo l'immigrazione legalizzata di massa, perché se uno straniero ha un lavoro riceve senza problemi il permesso di soggiorno. Non a caso i barconi di immigrati che non hanno mai smesso di arrivare nel nostro paese negli ultimi decenni non sono pieni di cinesi: gli eredi di Mao arrivano quasi tutti in aereo regolarmente e in comitiva. Abitano tutti insieme, creando quelle che gli occidentali hanno chiamato appunto «chinatown», enormi e spesso incontrollabili giacimenti di manodopera disposta a guadagnare poco e a lavorare tanto.
Proprio la forza lavoro è, dopo l'investimento iniziale, il secondo elemneto che fa marciare l'azienda: la capacità produttiva dei cinesi infatti è il punto di forza delle loro attività, sempre capaci di attirare commesse grazie ai prezzi bassi e a soddisfarle tutte creando così altro denaro.
Una produttività fuori dalla portata di qualsiasi azienda autoctona e dunque in grado di creare rapidamente e con facilità uno spazio di mercato grazie al quale la società cinese inizia a macinare nuovi capitali. E questo è il terzo elemento dell'equazione che rende le aziende cinesi un'arma micidiale: il contante, ma spesso il contante in nero.
Il primo vero guadagno dei cinesi che hanno avviato un'attività è infatti tutto quello che riescono a non farsi tassare dallo Stato. Sarà un caso ma la metà delle aziende cinesi in Italia dichiara meno di 20mila euro. Un risparmio che non incide sulla possibilità di fare business, perché le infrastrutture vengono comunque pagate dai contribuenti onesti. In più si creano grandi masse di denaro che non risultano da nessuna parte se non nelle tasche dei cinesi che o li rispediscono in patria, dove il fisco è molto più leggero che in Italia, o li riutilizzano all'interno della guanxi per nuovi investimenti. Ciò è possibile in parte grazie all'illegalità diffusa nelle «chinatown», dove spesso vengono scoperti laboratori ma anche farmacie fuorilegge, ma in parte anche all'importazione diretta dalla madrepatria. Ecco l’esempio fatto da un professore universitario che sta studiando il fenomeno: se un italiano compra una partita di accendini in Cina a cinque centesimi l'uno, lo rivende in Italia a un euro e paga le tasse su 95 centesimi. Un cinese, invece, per lo stesso accendino alla dogana presenta una fattura, emessa da un membro della guanxi, probabilmente un parente, di 45 centesimi pagando così le tasse su 55 centesimi. In questo modo pur avendo incassato lo stesso euro, l'azienda italiana risulta ricca mentre quella cinese povera, ma una volta pagate le tasse chi ha più capitale in cassa è la seconda: su un guadagno di 95 centesimi l'italiano paga almeno il 50% di tasse, cioè 47 centesimi, quindi senza sottrarre i costi incassa 47 centesimi ogni euro, per lo stesso ragionamento il cinese paga 27 centesimi di tasse e ne conserva 27. Il cinese però tra i costi avrebbe i quaranta in più pagati prima della dogana, soldi che però lui dovrebbe a un membro della guanxi, che può aspettare per un nuovo investimento in Italia visto che per rientrare dei costi sono sufficienti i 5. In questo modo per ogni euro l'importatore cinese ha a disposizione 40 centesimi esentasse, e i 27 ufficiali, mentre l'italiano 47 e deve pure coprire i costi. Così nonostante l’italiano fatturi il doppio, in breve sarà il cinese ad avere i soldi per comprarsi l’attività del concorrente italiano. Un gioco di numeri che sembra una sciarada ma che rende bene l’idea di un fenomeno che rischia di piegare e incidere in maniera sempre più pesante su un’economia in difficoltà quale quella italiana.MiB