Gli esperti: «Per l’influenza aviaria non vanno demonizziati i selvatici»

Per i ricercatori e gli esperti di fauna selvatica il fatto che alcune specie di avifauna (soprattutto acquatica) possano fungere da serbatoio naturale o da vettori di diversi tipi di virus dell’influenza aviara non rappresenta certo una novità. È un fatto conosciuto da tempo e adeguatamente seguito e monitorato in base alle disposizioni a livello comunitario, nazionale e regionale.
Dalla bibliografia in materia si possono constatare alcuni punti interessanti. Tanto per iniziare si può evincere come l’isolamento di virus influenzali da uccelli selvatici interessa più frequentemente ceppi a bassa patogenicità. I pochi casi di ceppi ad alta patogenicità isolati in uccelli selvatici corrispondono perlopiù ad animali ritrovati nelle vicinanze di allevamenti già infetti. Inoltre va considerato che in Italia le popolazioni serbatoio sono principalmente costituite da individui svernanti nelle regioni artiche del Nord Ovest. In queste popolazioni i giovani soggetti sono maggiormente interessati dall’infezione e i flussi migratori portano sul nostro territorio soggetti in età adulta e quindi già dotati in genere di elevati anticorpi. In pratica, quando gli uccelli raggiungono il nostro Paese presentano una elevata prevalenza anticorpale, e il numero di isolamenti virali è sempre molto basso in quanto il picco epidemico si è già consumato.
Indagini in proposito hanno evidenziato che non esistono elementi che permettano di ipotizzare un coinvolgimento dei selvatici nella diffusione del virus nelle passate epidemie che hanno colpito il nostro Paese e che sembra difficile porre in relazione queste specie selvatiche con l’introduzione dell’infezione in Italia. Va poi considerato come la diffusione dei virus tra i differenti focolai sembra attribuibile ai circuiti commerciali. La quasi totalità dei casi, infatti, si è manifestata in allevamenti intensivi nelle zone di maggiore concentrazione zootecnica, e in zone con maggior vicinanza tra insediamenti.
Molto basso è sempre risultato il numero di focolai nell’ambito degli allevamenti rurali. Ciò rende più difficile il presunto interessamento dei selvatici nella trasmissione del virus in quanto gli allevamenti intensivi sono sostanzialmente tutti isolati dall’ambiente esterno e quindi anche dalla fauna selvatica.
Oltre alla bassissima prevalenza virale si deve sottolineare come gli uccelli acquatici, per ragioni biologiche ed ecologiche, non vengono in contatto con gli allevamenti rurali, tantomeno con quelli industriali. Da segnalare come la trasmissione dell’infezione dagli anatidi selvatici a quelli allevati sia oggi una semplice ipotesi.
Un gruppo di esperti comunitari sull’influenza aviaria lo scorso 26 agosto ha sottolineato come «la probabilità di una trasmissione del virus da parte di uccelli migratori nell’Ue è remota o molto bassa» e non ha ritenuto opportuno prendere misure di divieto generalizzato di allevamento di pollame all’aperto. Anche gli esperti della Fao, il 31 agosto, non si sono posti in contraddittorio con quelli dell’Ue avendo riconosciuto che gli uccelli migratori rappresentano un rischio limitato. La stessa Oms ha sostanzialmente espresso gli stessi concetti.
Di tutto ciò sono perfettamente a conoscenza anche le associazioni ambientaliste e anticaccia. La Lipu ha ribadito che «non deve esservi nessuna demonizzazione degli uccelli selvatici» e che «non vi sono prove che gli uccelli selvatici contagino con il virus direttamente l’uomo». Sempre la Lipu sostiene «che difficilmente gli uccelli selvatici possono costituire un pericolo per il nostro Paese, perché siamo lontani migliaia di chilometri dalle zone infette e il virus, negli uccelli selvatici, non sopravvive se non per pochi giorni».
Stupiscono, allora, le posizioni assunte dalle stesse associazioni ambientaliste e dai Verdi che hanno chiesto di «sospendere la caccia ad alcuni uccelli migratori, perché la caccia potrebbe facilitare la diffusione del rischio in quanto gli uccelli in fuga tendono a disperdersi su aree più vaste». È una posizione immotivata scientificamente e tecnicamente atteso che non è certo l’attività venatoria a condizionare gli spostamenti dei migratori.
Riteniamo, piuttosto, che grande impegno istituzionale debba essere assicurato affinché ben altre attività, illegali, possono davvero costituire un rischio per la salute pubblica. Plaudiamo, quindi, all’attività svolta dai Nas che in questi giorni ha attuato l’ennesima campagna di controlli preventivi sequestrando merci, chiudendo esercizi commerciali ove venivano vendute carni avicole e prodotti ittici importati illegalmente e privi dei requisiti igienico-sanitari.