Gli esperti non si arrendono «La Carta è da aggiornare»

Barbera: «Bisogna ripensare tutto, ma senza gli errori di questi anni». Tutti d’accordo: il federalismo del 2001 non va

Anna Maria Greco

da Roma

La vittoria del No seppellisce la stagione delle riforme o la rivitalizza? E come si potrà riavviare un dialogo tra i poli?
Mentre i politici si lanciano appelli e avvertimenti incrociati, i costituzionalisti di centrosinistra come di centrodestra sono accomunati da identica preoccupazione: la Carta dev’essere aggiornata, guai se ci fosse un blocco.
Ne è convinto Augusto Barbera, giurista vicino all’Unione che, all’interno dello schieramento per il No, rappresenta l’ala pro-riforma, contro quella che vorrebbe che la Costituzione non si toccasse più. «È necessario avviare un processo riformatore ampiamente condiviso - spiega -, che si basi sul merito delle modifiche da fare e non sia strumento per nuovi equilibri politici». I Padri Costituenti, aggiunge, hanno lasciato aperte tre pagine e su quelle bisogna lavorare: 1) il bicameralismo; 2) il rafforzamento dei poteri del governo e del premier; 3) il decentramento. Proprio le linee direttive della riforma della Cdl che, Barbera l’ha già detto, è intervenuta anche per correggere lo «sgangherato federalismo» introdotto dal centrosinistra quando nel 2001 mise mano al Titolo V della Costituzione. «Andavano corretti alcuni eccessi - dice il costituzionalista - e la diagnosi sui mali era giusta, ma le terapie no, perché rischiavano di uccidere il malato». Insomma, per Barbera si è già sbagliato due volte e non bisogna ripetere l’errore la terza. «Bisogna ripensare tutto, a cominciare dall’ordinamento regionale e locale». E la riforma elettorale? «Va cambiata: la Cdl l’ha delegittimata dopo averla fatta e l’Unione ha preso quest’impegno con gli elettori. Ma la modifica dev’essere associata al tema delle riforme costituzionali, che altrimenti non avrebbero senso. Preferirei il sistema alla francese, con l’uninominale a doppio turno, ma comunque si salvi il bipolarismo». Quanto alla modifica dell’articolo 138, alzando il quorum per la revisione della Carta, per Barbera non può essere «un punto di partenza, ma deve venire alla fine di riforme condivise, altrimenti il Parlamento si lega le mani, come si è visto per l’amnistia».
Deluso dalla vittoria dei No, il costituzionalista di centrodestra Achille Chiappetti teme che la Riforma con la maiuscola non si faccia più. «Se si introduce la maggioranza dei due terzi per la revisione, la nostra Carta da flessibile diventa sostanzialmente rigida. E tutta rigida. Si è persa con il referendum una grande occasione, ma ora per forza di cose si dovrà ricominciare daccapo. Dopo sessant’anni la Costituzione va adeguata al Paese, ad una democrazia matura. L’Unione ha voluto chiudere così l’epoca Berlusconi, come ha detto Fassino, ma ora dovrà coprirsi il capo di cenere e con umiltà correggere la riforma del Titolo V che ha fatto, dando troppe attribuzioni alla Regioni e stabilendo un eccessivo numero di materie concorrenti con lo Stato».
La prima scadenza, concorda Stefano Ceccanti, giurista di centrosinistra, è una «rapida riforma regolamentare» del Titolo V, in Commissione Bicamerale, per integrare il rapporto con Regioni-Enti locali e creare «una camera di compensazione» per le leggi su materie concorrenti Stato-Regioni e federalismo fiscale. Più che una soluzione, ammette, «un tampone». Secondo: la legge elettorale. «Ci sono già i due quesiti referendari depositati a settembre da Giovanni Guzzetta e a primavera si potrà trovare un accordo per lasciare solo gli sbarramenti alti, eliminando quelli risibili e dare una spinta ai partiti unici, impedendo le candidature multiple».
Anche il costituzionalista di centrodestra Paolo Armaroli insiste sulle necessarie correzioni al Titolo V. «Il centrosinistra ha ammesso che era una riforma sbagliata, nel merito e nel metodo. Ma quando la Cdl ha cercato il dialogo ha detto sempre pregiudizialmente di no, votando anche contro gli articoli che recepivano i suoi stessi emendamenti. Ora, dovrà riconoscere che su tante cose nel merito si era d’accordo».