Gli esperti di Washington prevedono un Pil in calo del 2,2% quest’anno e dello 0,3% il prossimo

Adesso c’è solo da sperare che i super-esperti del Fondo monetario internazionale, di solito capaci a far di conto, siano stati colpiti da un pessimismo a metà strada tra Leopardi e Heidegger. E che, dunque, si siano sbagliati. In caso contrario, per l’Italia si fa dura. Durissima. Ci aspetta un anno di recessione nera, tanto da farci rimpiangere perfino la crescita asfittica e singhiozzante degli anni passati, seguito da altri 12 mesi sotto la linea di galleggiamento.
Il referto dei dottori del Fmi, contenuto nel World Economic Outlook anticipato ieri dall’agenzia Ansa, assomiglia a quello riservato a un malato grave: nel 2012 il nostro Pil scenderà del 2,2%, con un taglio di ben 2 punti e mezzo se confrontato alle stime del settembre scorso; e il segno più non si rivedrà nemmeno nel 2013, quando la contrazione sarà pari allo 0,3%. Poco o nulla consolatorio sapere di un’Eurolandia in «lieve recessione» quest’anno (-0,5%) e in flebile ripresa nel 2013 (+0,8%); né conforta la tirata di freno mondiale rispetto alle previsioni autunnali (+3,3% quest’anno, +4% il prossimo).
Mario Draghi, presidente della Bce, ha ammesso ieri che l’Eurozona è «sull’orlo della recessione», dichiarandosi però «fiducioso» in un miglioramento nel 2012. Il motivo? «Vedo che stiamo facendo progressi su due cause dell’attuale situazione. In particolare, la mancanza di una disciplina di bilancio e la mancanza di riforme strutturali». Per sanare le carenze su questi due punti, l’Italia sta facendo la sua parte. Ma dai numeri del Fondo monetario par di capire che gli sforzi finora fatti non serviranno ad alimentare il circolo virtuoso della crescita economica. Compromesso non solo dall’aumento dei rendimenti sui titoli di Stato e dalle strozzature del credito bancario, ma anche «dall’impatto delle nuove misure di consolidamento fiscale». Tradotto in parole povere, significa che il motore economico italiano non sopporta il peso delle delle manovre effettuate a cominciare dalla scorsa estate.
In effetti, le misure d’emergenza prese puntavano alla quadratura dei conti. Manca ancora la cosiddetta «Fase due», quella riservata ai provvedimenti necessari a far ripartire il Paese. Sulla base delle stime dell’Fmi si possono fare un paio di considerazioni. La prima: gli esperti di Washington non hanno molta fiducia nelle capacità del governo Monti di varare leggi pro-crescita. Il complicato cammino verso le liberalizzazioni sembra in qualche modo dimostrarlo. La seconda valutazione è meno velenosa: l’esecutivo ce la farà, ma i benefici in termini di crescita non saranno ovviamente immediati. In ogni caso, una contrazione superiore al 2% del Pil rischia di richiedere manovre aggiuntive per compensare il calo di gettito e di far saltare l’obiettivo del pareggio di bilancio. A quel punto, l’Italia potrebbe rischiare multe fino allo 0,1% del Pil, in base alla norma sulla golden rule contenuta nell’ultima bozza del Patto di bilancio Ue. Il sentiero lungo cui si muove l’Italia è dunque molto stretto e rischia di restringersi ulteriormente se dovesse peggiorare la crisi del debito sovrano europeo, dove le agenzie di rating giocano un ruolo determinante. Draghi non ha dubbi: «Dobbiamo creare una nostra agenzia di rating», in modo da far da contrappeso alla triade S&P-Moody’s-Fitch. Ieri le aste di titoli di Stato spagnoli e francesi (la prima per Parigi dopo la tripla A ghigliottinata) si sono chiuse con successo, contribuendo a raffreddare lo spread Btp-bund attorno ai 450 punti e a riportare il sorriso sui mercati azionari, dove Milano ha sfruttato lo sprint delle banche per chiudere con un rialzo del 2,45%. Ma i problemi rimangono. A cominciare dalla Grecia. L’impasse sugli interessi che Atene dovrà pagare dopo lo swap del debito continua a bloccare ogni possibilità di accordo. Atene, Ue e Fmi offrono alle banche un interesse del 3,5%, che viene considerato troppo basso. Le banche aspettano intanto il lancio da parte della Bce della seconda asta a tre anni dopo quella per quasi 500 miliardi che ha visto gli istituti italiani ottenerne 50. Draghi ha anticipato che il nuovo prestito «sarà probabilmente inferiore al primo», ma «avrà una domanda alta». La fame di soldi a buon mercato c’è. Il problema è che questi quattrini restano poi parcheggiati nei caveau della Bce.