Un esperto da 1.500 euro al giorno L’inutile cura del «dottor Cofferati»

Bologna, storia di un incarico deciso dal sindaco per migliorare la sicurezza. Invano

Pierangelo Maurizio

da Bologna

Enzo Biagi sulla prima del Corriere è accorso a dire che lui «tanto per chiarire» sta «dalla parte di Cofferati» che a Bologna difende la legalità «sfidando critiche e impopolarità». Deve essere da parecchio però che il Veterano del giornalismo italiano non mette piede nei portici di Bologna. Se ci avesse messo piede avrebbe scoperto come Bologna la Dotta sia diventata Bologna la Zozza. E come i portici, che sono il suo salotto, la sua anima, il senso del suo essere civitas, ospitale e aperta, siano diventati una sconfinata latrina, l’oasi protetta di ogni illegalità. Basta prendere una qualsiasi delle stradine medievali che dalle mura piegano nel cuore della città universitaria. Via Petroni alle 9 e mezza di mattina. Fai pochi metri e l’aerosol che s’insuffla nelle narici è inconfondibile: piscio. Ancora qualche passo e un escremento è lambito dalla pozza d’acqua stagnante rimasta sul pavimento dopo il passaggio dei netturbini, che fanno quello che possono. Ed è sotto questi effluvi, prima ancora che per le accuse rivolte all’amministrazione di sinistra di occupare ogni spazio di potere, che il mito della «buona amministrazione» del socialismo reale all’emiliana sta svanendo. Per prima cosa perché gli amministrati, cioè i cittadini, sono imbufaliti.
In via Petroni il titolare di una rivendita di piadine, l’unica rimasta, un giovane sui trent’anni, è piegato in due sul secchio e lo strofinaccio. Lava il metro quadro davanti al suo negozio. «È che non mi va di far mangiare la gente sopra la m...» chiosa: «È una giungla. Io la sera non resto neanche più aperto: se volevo fare a pugni andavo a fare il buttafuori. I controlli? Nella più totale discrezionalità. Se vendiamo bevande d’asporto dopo le 21, veniamo subissati di multe, dopo la terza multa possono farti chiudere. Nessuno si accorge degli alimentari “camuffati”, in mano ai pakistani e a quelli del Bangladesh, che vendono birre 24 ore al giorno». Solo in via Petroni ce n’è una decina.
L’Antica drogheria Calzolari è l’ultimo avamposto della Bologna che resiste (e s’infuria). «È da tre giorni che gratto le colonne per cercare di tenerle pulite - sbuffa Daniela, moglie del titolare - ci attaccano ogni genere di schifezze. Abbiamo cominciato a protestare quando c’era ancora Zangheri (sindaco fino all’83, ndr), ma a pensarci adesso, era un paradiso...».
Problema vecchio che ormai si è dilatato, insieme con il numero di locali, pub e circoli Arci, a gran parte del centro storico. Dalle 6 del pomeriggio si riversano punkabbestia con i cani al seguito, ragazzi e ragazzotte, pusher, «fatti» persi, ubriachi, suonatori di bonghi e balordi. Decine di migliaia, ogni sera.
Storia vecchia, che però funziona da cartina di tornasole. Dalla seconda metà degli anni ’90 l’allora giunta del sindaco Walter Vitali ha cominciato a produrre pacchi di progetti denominati «Bologna sicura» cui si sono affiancati quelli analoghi «città sicure» a livello regionale. Autore di tutti il professor Massimo Pavarini, docente di Diritto penitenziario all’università di Bologna, famoso in tutto il mondo (si è occupato anche della riforma penitenziaria in Messico) e all’epoca consigliere comunale dei Ds. Risultati pratici - come capita -, zero. La Regione Emilia-Romagna ha speso almeno 12 miliardi di lire, in realtà dirottati, secondo l’Istituto Cattaneo, alla «formazione professionale di operatori di strada» eccetera. Ora la giunta del «dottor» Cofferati, come lo definì polemico nel ’99 l’allora premier Massimo D’Alema, a tutti i costi ha voluto ri-arruolare il docente, questa volta come consulente. Scivolando su una vicenda quasi incredibile per un’amministrazione che deve restaurare il mito del buongoverno.
La cronistoria. Il 25 novembre 2004 una «determinazione dirigenziale», firmata dal dottor Andrea Sassi responsabile del dipartimento Politiche per la sicurezza del Comune, affida al professor Pavarini l’incarico professionale «sui temi della sicurezza a Bologna» per un anno e 87mila euro lordi. L’avvocato Lorenzo Tomassini, 36 anni, consigliere comunale di Forza Italia, sente puzza di bruciato. «E scopro - racconta - che il professor Pavarini non ha chiesto l’autorizzazione all’Università, come prevedono la legge e i regolamenti, e il contratto è quindi nullo».
Il sindaco fa spallucce e all’Unità (primo febbraio 2005) dice che «le consulenze agli enti locali non sono soggette ad autorizzazione ma a semplice comunicazione». Non è vero. Ma i giornali non vedono l’ora di far passare l’idea che quelli sollevati sono solo cavilli.
Tomassini s’intestardisce: «Una mattina un dipendente comunale mi mette in mano una carpetta e trovo che il professor Pavarini non ha chiesto l’autorizzazione all’Università ma ha inviato una comunicazione. Mentre la “determinazione dirigenziale” cioè l’atto pubblico, parla di un incarico per un anno a 87mila euro, Pavarini ha comunicato all’Università che con il Comune sarà impegnato solo per circa 300 ore e 60 giorni».
Il conto è presto fatto: il consulente costa ai bolognesi 290 euro l’ora, 1.450 euro al giorno. Scoppia la grana. Per di più mentre a Palazzo d’Accursio è in corso il braccio di ferro tra Cofferati, che non vuole pagare gli aumenti già concessi da Guazzaloca, e i dipendenti comunali che guadagnano - quando va bene - 1.400 euro, ma al mese.
È finita? No. Per il «lavoro svolto dal 25 novembre al 31 dicembre 2004» a San Silvestro il consulente ha ricevuto dall’amministrazione comunale 44mila euro sull’unghia. Fino a quel momento il professor Pavarini ha prodotto un elaborato, datato 9 dicembre 2004, titolo «Conflitti nell’uso dello spazio pubblico. Qualche proposta per governare la problematicità», 23 paginette piuttosto generiche.
C’è un altro problema. Il regolamento universitario prevede che, in mancanza di autorizzazione, l’ateneo incameri le cifre corrisposte ai suoi docenti. Chi rimborserà al Comune i 44mila euro già versati al professor Pavarini? Un pasticcio.
La giunta Cofferati ne esce così. Il primo marzo 2005 con un’altra «determinazione dirigenziale» viene revocato il precedente contratto e viene affidato un nuovo incarico al professore che nel frattempo ha ottenuto la prevista autorizzazione: 72mila euro, dal primo marzo al 31 dicembre 2005. E i soldi che ha già preso? Il dottor Sassi nella nuova «determinazione» assicura che «il professor Pavarini provvedeva a restituire all’amministrazione comunale l’importo percepito». Ma anche questo non è esatto, secondo Lorenzo Tomassini. Che brandisce una nota della Ragioneria: «Qui c’è scritto che il consulente ha restituito 25mila euro, pari all’importo netto. Gli altri 20mila euro ce li rimetterà il Comune?» chiede.
Da tanto «bailamme» un primo provvedimento comunque è arrivato. Il sindaco Cofferati ha partorito la cosiddetta «ordinanza Mura»: dopo le 21 i locali dentro le mura del centro storico non possono vendere bevande da asporto: in pratica non si può andare in giro con la bottiglia in mano. Oltre le mura sì. Il diktat ha prodotto qualche effetto pratico? «Noi non ce ne siamo accorti» risponde la signora Daniela all’Antica drogheria Calzolari.
4. continua
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