Esplode l’ira degli italiani di Israele

Luca Telese

nostro inviato

a Gerusalemme

Appena Francesco Cossiga mette piede nella sinagoga italiana di Gerusalemme per l’incontro con la comunità italiana di Israele, è come se si alzasse un ruggito di rabbia: dopo l’omaggio affettuoso all’ospite, infatti, si leva una raffica di interventi a metà strada tra l’incredulità, l’ira, il dolore. Per le posizioni del governo italiano, per l’ormai famosa passeggiata di Massimo D’Alema, per le posizioni della stampa italiana. C’è David Cassuto, il presidente, che dice senza peli sulla lingua tutti i suoi dubbi sulla linea della Farnesina. E ci sono tre signore anziane che citano uno ad uno gli articoli che le hanno fatte arrabbiare, hanno un piccolo dossier su La Repubblica, e chiedono: «In Italia sta crescendo un sentimento anti-israeliano?». Domande a cui non è facile dare risposta, anche per un presidente emerito, che ha scelto di portare la propria solidarietà proprio in questi giorni di polemiche roventi (su tutte le sue con D’Alema). Uno di loro grida: «Venite pronti per sparare agli Hezbollah, oppure meglio che non veniate».
L’altra faccia di questo dialogo senza rete, del dubbio assillante e del furore interrogativo, sono la compostezza del lutto e la serenità quasi angelica di un villino discreto nella parte residenziale della città. Quando giovedì la delegazione guidata da Cossiga bussa alla porta, ad aprire c’è un uomo che l’ex presidente descrive così: «Un ebreo, anzi un ebreo polacco, biondo, alto, con gli occhi azzurri, chiari e dolcissimi». Ad aprire quella porta è lo scrittore David Grossman, l’uomo che è diventato il simbolo di tutte le assurdità di una guerra tanto breve quanto terribile: l’uomo che prima aveva promosso gli appelli di solidarietà con le truppe insieme ai due amici Amos Oz e Abraham Yeoshua, e che sempre insieme a loro si era poi speso per un cessate il fuoco nell’ultimo giorno di ostilità. E soprattutto l’uomo che in quelle stesse ore aveva tragicamente perso il figlio Uri, ufficiale della Thsal, colpito da un razzo. Cossiga aveva letto la straordinaria orazione funebre di Grossman pubblicata da La Repubblica, e aveva chiesto di incontrare lo scrittore per manifestargli la sua solidarietà. E Grossman, racconta Alessandro Ruben, consigliere della comunità ebraica e membro della piccola delegazione informale che gli ha fatto visita, aveva acconsentito spiegando: «Non ho voluto vedere nessun politico israeliano, ma sono contento di una visita che arriva da un Paese che amo». Cossiga esordisce senza false cortesie: «Non le racconterò di aver letto tutti i suoi libri perché non è vero, e mia figlia mi ha raccomandato di non fingere di averlo fatto. Sono qui perché riconosco il coraggio di un uomo». Grossman capisce l’italiano, suo figlio lo parlava, in casa c’è anche la moglie, che mostra al presidente le foto di famiglia: Uri ragazzo, riservista della Tshal, a bordo di un carro con la sua calotta di pelle e gli occhiali. Lo scrittore spiega al presidente la sofferenza di una posizione difficile ma consapevole: «Sono per la pace. Sono per uno Stato palestinese. E sono per Israele». E aggiunge, per spiegare il sostegno alla guerra in Libano una parafrasi evangelica: «Se mi danno uno schiaffo, rispondo, almeno con una carezza». E poi racconta: «Sono stato quattro anni militare. Mio figlio era comandante di una pattuglia di carristi, era di sinistra, ma ha combattuto, con tutti i suoi umanissimi dubbi, per quello in cui credeva». Cossiga spiega a Grossman le differenze fra il pacifismo italiano e quello israeliano, studia le foto, quel viso gli resta impresso in mente: «Un bambino!», dirà sull’areo che lo riporta in Italia. Così come si porta dietro la serenità degli israeliani che sopportano il dolore. Ad esempio un sorriso, quello di Karnit Goldwasser, la moglie del soldato rapito, che voleva sapere da lui se era vero che l’Italia può mediare con l’Iran. E che alla fine dell’incontro tra il serio e il faceto gli ha detto che sarebbe un perfetto «nonno adottivo». E poi la serenità composta dei Grossman: «Quando vede gente che vive così un dolore così grande, uno come me pensa all’esistenza di Dio e al primato della speranza e dell’amore». Chiede lo scrittore: «Lei è sardo?». E il presidente: «Sì». «Sarò a Cagliari a metà ottobre. Ci possiamo rivedere lì». Poi, estraendo dalla sua libreria una copia (in italiano) di Qualcuno con cui correre, gliela regala: «Mi dirà se le piace». E quando sono sulla soglia per i saluti, la moglie dello scrittore parla ancora di Uri, di se stessa, di come attraversare il lutto: «Dio chiude una porta, ma ne può aprire mille». Nel tempo delle porte chiuse anche questa è fede.
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