Esplode oleodotto in Nigeria: 200 morti bruciati

Liberato il tecnico italiano rapito giovedì nella zona del delta: nessun riscatto pagato

Roberto Fabbri

Una spaventosa esplosione è avvenuta ieri sulla spiaggia di Inagbe, poco lontano da Lagos, principale città della Nigeria. Un numero compreso tra 150 e 200 persone sono morte bruciate vive quando hanno preso fuoco improvvisamente, esplodendo, centinaia di taniche riempite abusivamente da ladri che avevano trapanato un oleodotto. Ogni cosa nel giro di una ventina di metri è stata letteralmente sciolta dalla spaventosa vampata e così sono morte le persone che si accalcavano attorno alla condotta, con ogni probabilità tutte coinvolte, a vario titolo, nel tentativo di furto. Nel delta del Niger simili sottrazioni di petrolio sono assai comuni e non di rado accadono tragedie come questa.
È finita intanto nel modo migliore la brutta avventura del dipendente italiano della Saipem rapito giovedì mattina in Nigeria. Vito Macrina, trentanovenne tecnico sequestrato insieme con due colleghi di nazionalità indiana nei pressi della città petrolifera di Port Harcourt sul delta del Niger, è stato rilasciato la scorsa notte, meno di ventiquattr’ore dopo il rapimento. Non sarebbe stato pagato alcun riscatto.
La polizia nigeriana aveva smentito che il rapimento fosse stato opera di uno dei tanti gruppi di ribelli che si oppongono alle multinazionali del petrolio, privilegiando invece una pista locale: Macrina e i suoi colleghi, in sostanza, sarebbero stati sequestrati per ottenere un riscatto da una banda composta da abitanti del posto. Queste persone pretendevano una cifra equivalente a un milione e 800mila euro e avrebbero così inteso far valere presso la Saipem il diritto a vedersi risarciti presunti danni all’ambiente. Macrina ha raccontato di essere stato trattato bene e ha promesso ai familiari di tornare al più presto a far loro visita a Montepaone, il paese del Catanzarese di cui è originario.
Si archivia dunque con un lieto fine la vicenda di cui è stato involontario protagonista il nostro connazionale, ma la tensione in Nigeria - principale produttore africano di greggio e uno dei fornitori strategici dei grandi Paesi consumatori - e in particolare nella regione petrolifera del delta del fiume Niger - resta molto alta. Nel delta, una regione poverissima che galleggia letteralmente sul petrolio, continuano a operare gruppi armati, il principale dei quali è il Mend (Movimento per l’emancipazione del Delta), che da mesi spargono il terrore fra i dipendenti delle società petrolifere: sequestri, omicidi e attentati contro installazioni non si contano più, con la conseguenza del calo della produzione nigeriana che a sua volta provoca un rialzo del prezzo del petrolio a livello internazionale. Ieri il Mend ha fatto sapere di voler lanciare un raid di avvertimento contro un impianto petrolifero prima di attaccare l’impianto della compagnia «Nigeria Liquefied Natural Gas» (del valore di 13 miliardi di dollari) «perché cosciente delle terribili conseguenze di un attacco per le comunità circostanti». Si tratta di minacce gravissime, che riguardano tra l’altro impianti di cui l’italiana Eni possiede significative partecipazioni. Nella capitale Abuja, invece, ci sono state almeno quattro esplosioni che hanno danneggiato obiettivi civili e provocato due morti e venti feriti.