Esplode il Sud dell’Irak Sotto assedio gli italiani di Nassirya

«Giovedì notte abbiamo sentito le sparatorie in città con piccoli gruppi di miliziani dell’Esercito del Mahdi. La situazione non è così drammatica come a Bassora, ma gli americani sono intervenuti anche con gli elicotteri Apache per spalleggiare le truppe speciali irachene». Il racconto di Anna Prouse, veterana dell’Irak, arriva grazie al telefono satellitare da Nassirya. Dalla Base americana di Tallil, a 18 chilometri dal centro città, guida l’Unità di sostegno alla ricostruzione (Usr). Un avamposto civile «dimenticato» in Irak, dopo il ritiro del nostro contingente nel 2006. Nonostante lo scorso anno siano stati stanziati 32 milioni di euro dal ministero degli Esteri, per interventi a favore degli iracheni, e 44 milioni di dollari degli americani, se ne parla poco o nulla. Stessa sorte per il nostro drappello di una quarantina di carabinieri che addestrano la polizia irachena a Bagdad, comandati dal generale Alessandro Pompegnani. L’Irak, per il governo Prodi, è sempre stato un tabù. «Venire dimenticati ogni tanto ha i suoi pro. Si lavora meglio», spiega la Prouse riferendosi alla decina di italiani oggi impegnati a Nassirya.
Dall’inizio della settimana si sono trovati in prima linea. Il Sud dell’Irak è in fiamme per il duro scontro fra i governativi e le milizie sciite del Mahdi, il braccio armato di Moqtada al Sadr, il piccolo Khomeini iracheno. A Bassora si combatte la battaglia più dura, ma si è sparato pure a Nassirya e Suq Ash Shuyukh, nella provincia del Dhi Qar, che per tre anni è stata sotto controllo della missione italiana Antica Babilonia. La notte peggiore è stata quella di giovedì, quando i miliziani del Mahdi hanno tentato il colpo di mano, assaltando i commissariati a Nassirya. Il governatore, Alì Alwan, del partito Sciri, che odia gli uomini di Sadr e già pensa alla rielezione in ottobre, ha lanciato nella mischia i suoi pretoriani dei corpi speciali. Fonti di stampa davano gli estremisti sciiti del Mahdi nel pieno controllo del centro città, dopo una quindicina di morti in poche ore. «Non è vero. La polizia ha tenuto, non come in passato. I morti sono stati sei e gli americani sono intervenuti anche a Suq Ash Shuyukh dove ci sono state sparatorie venerdì mattina», ribadisce la Prouse, che preferisce vedere il bicchiere mezzo pieno. Bionda, 37 anni, ex giornalista di origini milanesi, è in Irak dal 2003, quando si occupava dell’ospedale della Croce rossa a Bagdad. «L’allerta è scattata subito. Ci aspettavamo razzi o colpi di mortaio sulla base di Tallil dove viviamo, ma non sono stati lanciati, per fortuna», spiega la funzionaria italiana.
Non è la prima volta che la Prouse ed i suoi se la vedono brutta. In gennaio un altro gruppo estremista, i Cavalieri del paradiso, avevano attaccato Nassirya. I cecchini avevano addirittura eliminato i principali comandanti della sicurezza irachena. Fra una rivolta sciita e l’altra la pattuglia di italiani cerca di fare il possibile nell’avamposto dimenticato di Nassirya. Le attività dell’Unità di ricostruzione si concentrano nei settori agricolo, sanitario, energetico e culturale. Danno una mano alle nuove istituzioni irachene, ma seguono anche la costruzione di una trentina di scuole. I limiti della sicurezza hanno imposto la creazione di un Training center nell’ex Camp Mittica del contingente italiano ora diventato una base irachena. «Il 4 aprile cominciamo un corso per una ventina di sanitari del posto. Quando serve arrivano dall’Italia degli esperti universitari per uno o due mesi», spiega la Prouse. L’aspetto più assurdo è che nella smania di ritirare anche l’ultimo soldato italiano nessuno ha pensato di lasciare un drappello di carabinieri di scorta ai tecnici italiani. Ci è voluto del tempo e mille polemiche per siglare un contratto di 3 milioni e 498mila euro con la Aegis, una famosa società privata di sicurezza britannica. I «mercenari» tanto disprezzati dai benpensanti della sinistra. «Ci sono mercenari e mercenari – ribatte la Prouse -. All’inizio ho strillato anch’io per la scelta dell’Aegis, ma lavorando con loro mi sono ricreduta. Sono degli ottimi professionisti». Nonostante la battaglia infuri nel Sud dell’Irak e a Bagdad la Prouse rimane ottimista: «Andrà a finire all’irachena, ovvero si metteranno d’accordo».