Esposto antismog nel cassetto da 2 anni

Le indagini della Procura sui tre enti scattano per un dossier
sull’aria commissionato dal Comune di Milano. I pubblici ministeri,
stupiti dal clamore suscitato dalla loro iniziativa, si «giustificano»:
«Non potevamo fare altro»

«Non potevamo fare altro», dice il procuratore aggiunto Nicola Cerrato. E tecnicamente, codice alla mano, è anche possibile che le cose stiano così: e che il triplo avviso di garanzia ai vertici del Comune, della Provincia e della Regione vada ricondotto sotto la categoria giuridica dell’«atto dovuto». Che però il provvedimento, di questi tempi, avrebbe sollevato un mezzo putiferio era facile prevederlo. Eppure i magistrati che lo hanno disposto appaiono sinceramente stupiti dal clamore e dalle polemiche, come se l'iniziativa di indagare i vertici delle tre istituzioni cittadine per l’articolo 674 del codice penale, («emissione di fumi molesti», pena di un mese di carcere o multa di 206 euro) potesse passare sotto silenzio o quasi.
Così di buon mattino Giulio Benedetti, il pm titolare del fascicolo, si va ad infilare nella stanza del suo superiore diretto, Cerrato. I due discutono a lungo, ragionano su come andare avanti. Poi, insieme, si dirigono verso l'ufficio del numero uno della Procura, Manlio Minale. Minale li ha convocati perché vuole vederci chiaro. E capire come sia stato possibile che un esposto vecchio di due anni si sia trasformato in un avviso di garanzia proprio ora, con la campagna elettorale per le regionali alle porte, lasciando buon gioco al governatore Formigoni nel partire in contropiede e parlare di «giustizia a orologeria».
Già, come è stato possibile? In realtà una spiegazione, secondo Cerrato, c’è. É vero che il primo esposto del Codacons, quello datato 2007, è rimasto per due anni sul tavolo del pm Benedetti, registrato «a carico di ignoti», e che alla fine Benedetti ne ha chiesto l’archiviazione. Ma è anche vero che nel 2009 di esposto ne è arrivato un secondo, con le stesse accuse ma con nuova documentazione. Tra i nuovi elementi, il cosidetto «rapporto Poemi» (acronimo per "Pollution and emergency in Milan») commissionato proprio dal Comune, che fornisce il dato abbastanza scioccante di 73 ricoveri in media al giorno per patologie legate all’inquinamento atmosferico.
É sulla base di quel secondo esposto che la Procura decide di muoversi. Quindici giorni fa, quando il giudice preliminare Marina Zelante - accogliendo il ricorso del Codacons - ordina nuove indagini anche sul primo esposto e ne respinge l’archiviazione, non fa altro che rafforzare una decisione che la Procura ha già preso. É a quel punto che vengono iscritti nel registro degli indagati il sindaco Letizia Moratti e il governatore Roberto Formigoni, cioè i rappresentanti delle due istituzioni che la legge indica come i diretti responsabili delle misure antinquinamento. All’elenco si aggiunge il presidente della Provincia, Guido Podestà, cui spetta la sovranità su alcune arterie stradali dove la circolazione andrebbe bloccata in caso di superamento delle soglie.
Ma erano indispensabili, le iscrizioni e gli avvisi di garanzia? La Procura ne è convinta, visto che sindaco e governatore erano indicati esplicitamente nell’esposto come responsabili dell’assenza di contromisure efficaci. Ma sottolinea anche che il reato più grave adombrato nell’esposto, quello di omissione di atti d’ufficio, è stato lasciato cadere e non compare nelle informazioni di garanzia. E soprattutto che i tre politici vengono avvisati più in virtù della loro carica che come persone fisiche, perché è alla loro figura istituzionale che la legge assegna dei compiti, e sono loro a poter consegnare agli inquirenti i documenti necessari all’indagine.
Starà a loro, ora, dimostrare di avere fatto il possibile per combattere i danni da inquinamento. O, per quanto riguarda Podestà, ed è obiettivamente il compito più facile, far presente che nel periodo sotto accusa non era lui a occupare la poltrona di presidente della Provincia ma il suo predecessore di sponda opposta, Filippo Penati.