Espressionismo «fotografico» nelle tele di Alberto Forchini

Sulla collina a Est di Rovereto sta Isera, dove, a Palazzo De Probizer, è allestita la mostra di Alberto Forchini, curata dal critico Mario Cossali (fino al 6 maggio; orari: martedì-venerdì 15-19, sabato, domenica e festivi 10-12, chiuso il lunedì). Questa mostra ci permette di occuparci della misconosciuta attività nella «provincia» dell’arte italiana, che è vitalissima. «Mit dem Auge des Kindes» recitava una bella mostra tenuta alla Lenbachhaus di Monaco di Baviera nel 1995: l’arte vista «con l’occhio del bambino». La citiamo perché questa sensazione di naivité, d’immediatezza di segno e colore, è la prima impressione che si ha guardando le opere di Forchini.
In realtà, a uno sguardo più profondo ci si rende conto che questa è solo la corteccia superficiale, perché i riferimenti più pertinenti sono altri: lontani e vicini nel tempo. Da una parte il recupero di quella gestualità istintiva e di quell’irruenza cromatica tipica dell’espressionismo tedesco, soprattutto quello della Brücke, e dall’altra un occhio di riguardo per la «nuova pittura» tedesca della seconda parte del secolo scorso. Dell’espressionismo, Forchini ha preso innanzi tutto i colori più accesi, stesi a tinte piatte, per fare da fondale a questa sua lunga galleria di ritratti, un soggetto che può essere accostato idealmente al lavoro di Alexej von Jawlensky il quale, a un certo punto, ha fatto del ritratto il nodo centrale del suo lavoro.
Quanto al dato formale e compositivo, le ascendenze si possono restringere a quelle tipologie umane che definiremo «minime» (nel senso dell’essenzialità dei segni) tipiche dell’opera di Max Pechstein, di Erich Heckel e di Ludwig Kircher, ai quali Forchini sembra aver guardato con maggior attenzione. L’operazione è stata «slegare» questi riferimenti dal contesto storico per immergerli nell’attualità, che è propriamente il lavoro di un artista contemporaneo. E per fare questo egli ha in un certo senso de-contestualizzato i suoi soggetti da qualsiasi riferimento esterno, da elementi di paesaggio o di arredo, e li ha posti volutamente in posa: non in una posa pittorica, quanto da istantanea fotografica. Il risultato si è quindi «apparentemente» avvicinato ad esiti vicini a quelli della Nuova Oggettività, che, oltre alla pittura, aveva a lungo praticato anche la cosiddetta fotografia «sociale». Però, a porre subito le distanze, Forchini ha giocato sulla forte carica empatica del colore, con il quale non si è risparmiato.
Il risultato mescola suggestioni di avanguardia storica a tranche de vie della nostra contemporaneità, e in sostanza questa lunga filiera di personaggi, che sono attuali, assumono una distanza meta-temporale che li colloca come icone della grande pittura del secolo scorso.