Esquilino, ancora allarme «Vogliamo più sicurezza»

Ieri manifestazione a piazza Vittorio di esercenti stranieri dopo una serie di furti messi a segno dalla «banda del buco»

I commercianti stranieri del rione Esquilino non hanno mai tentato di staccarsi quelle etichette a forma di stereotipo che, in maniera un po’ dozzinale, gli sono state appiccicate addosso. Nel corso degli anni hanno sempre lavorato in silenzio, a volte più a lungo del dovuto e del consentito, facendo della discrezione a tutti i costi una bandiera e un ingombrante guscio. Una strada, in verità, che ha pure alimentato dubbi e sospetti sulla liceità dei loro affari e da cui ieri mattina, di fronte all’ennesimo furto rimasto impunito, hanno deciso di deviare, seppure per un’ora soltanto e con la tradizionale prudenza che li contraddistingue. Hanno manifestato a piazza Vittorio, duecento in tutto tra asiatici, indiani e bengalesi, dopo avere abbassato all’unisono le saracinesche e lasciato incustodito il loro patrimonio, che spesso rappresenta il punto di contatto più immediato con la loro terra d’origine.
«Abbiamo paura: furti, aggressioni e minacce sono ormai all’ordine del giorno, ma le nostre denunce finiscono nel vuoto», spiegano a fatica, scegliendo le parole giuste tra mille diffidenze, come se temessero chissà quali ritorsioni, pregandoci ogni volta di non inserire riferimenti che permettano di identificare la loro attività. Quelli geografici, invece, sono inevitabili: è nel corridoio lungo e stretto tra via Napoleone III e via Principe Amedeo che «la banda del buco», qualcuno l’ha già ribattezzata così, li colpisce con cocciuta sfacciataggine. Nottetempo i ladri bucano pareti che sembrano fatte di cartapesta e svuotano le botteghe in serie, a volte persino quattro di fila. Bottini sempre contenuti, almeno fino alla settimana scorsa: «Da una gioielleria hanno portato via nove chili d’oro, mentre una banca filippina è stata rapinata», fanno sapere gli organizzatori della protesta, tutti del «Comitato commercianti stranieri di Roma».
«I furti sono talmente perfetti da sembrare programmati», nota Muntu, portavoce della comunità bengalese, che instilla qualche rada goccia di sospetto sui possibili autori. Qualcuno che, evidentemente, conosce bene i luoghi da colpire. Per questo i titolari chiedono controlli più rigorosi da parte delle forze dell’ordine, ma anche rispetto. «Noi non parliamo, lavoriamo - rimarca il titolare di una bottega di artigianato afgano - basta fare un giro qui intorno. I nostri negozi sono tutti aperti, per noi il Ferragosto è come se non esistesse». Senza dirlo a chiare lettere, sottintende una realtà facile da acclarare facendo un giro nel rione: gli esercizi appartenenti a italiani sono quasi tutti chiusi per ferie, i loro no. «E vengono risparmiati dai ladri, mentre noi siamo bersagliati - accusa una barista con gli occhi a mandorla - forse perché loro hanno gli allarmi e le telecamere a circuito chiuso, noi invece non possiamo permetterci l’aria condizionata».
A prevalere un po’ ovunque è il bisogno di sicurezza, più che il gusto gratuito per la polemica. Ma ci potrebbe essere anche dell’altro sul piatto, come suggerisce Augusto Caratelli, presidente del comitato difesa Esquilino: «Quella interessata dai furti è un’area caratterizzata da una fortissima tensione, in cui si intersecano interessi chiari e oscuri. Bisognerebbe capire se siamo di fronte a regolamenti di conti tra comunità e se la richiesta della forza pubblica sia solo strumentale». Certo è che i partecipanti al presidio hanno inviato al Sindaco e all’assessore alla Sicurezza un documento contenente le loro rivendicazioni. E che, più di ogni altra cosa, sbandierano il loro bisogno d’integrazione. «Guarda quel ristorante indiano - fa notare un ragazzo di colore - l’insegna a sinistra è in inglese e quella a destra è nella lingua dei proprietari. Quella al centro, però, è in italiano. Pensi davvero sia solo un caso?».
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