Esquilino, cinese assassinata in una foresteria clandestina

L’omicidio è avvenuto durante una rapina Subito arrestati i tre colpevoli

Alessia Marani

Rapina finita nel sangue all’Esquilino. Uccisa a coltellate un’imprenditrice cinese di 29 anni, Zhang Wei, arrivata a Roma lunedì pomeriggio e regolarmente residente a Salonicco, in Grecia con il marito e il figlioletto di appena 1 anno. Ferito un connazionale di trent’anni, intervenuto in sua difesa e subito arrestati i colpevoli, tre giovanissimi tra i 18 e i 22 anni, originari dello Ze Jang, in Cina, e da tempo inseriti nella comunità orientale di Prato, in Toscana. Tutto si consuma in una manciata di minuti intorno alle 10,20 di ieri al primo piano di uno stabile umbertino di via Mamiani, civico 13, Rione Esquilino. Un appartamento di cucina, bagno, salottino e tre grandi camere da letto (con 3 letti ciascuna) lungo il corridoio a uso foresteria per cinesi di passaggio nella Città Eterna. Ricavato nella piccola sala, un parrucchiere abusivo, con specchi, poltrone, casco per la messa in piega e un divano per i clienti in attesa. Dentro ci sono tre donne, compresa Zhang, ospite dalla sera precedente e giunta a Roma per ordinare una spedizione di capi d’abbigliamento, e due uomini, tra cui il ferito. Una mattina come tante nell’edificio di sei piani tra piazza Vittorio e la stazione Termini, una trentina di appartamenti divisi tra italiani, cinesi e cingalesi. All’improvviso qualcuno bussa al portone. Nemmeno il tempo di aprire che il mini-commando è già all’interno. Uno ha un passamontagna calato sul volto, gli altri agiscono a viso scoperto. In mano due pugnali e una pistola giocattolo, intimano ai cinque di dare loro tutti i soldi che hanno; rastrellano 2.800 euro dalla cassa comune, altri diecimila li raccimolano svuotando le tasche dei presenti. Ma quando arriva il turno di Zhang, quella si oppone. Ha con sé i soldi per l’ordine, 22mila euro addosso, altri 4mila in una borsetta. Urla, si dimena. Quelli, presi alla sprovvista, regiscono con violenza. Il trentenne si oppone, rimedia una coltellata alla mano. Ma la poveretta ha la peggio. Viene colpita più volte al torace, all’emitorace e su un fianco. Crolla ai piedi del divanetto in una pozza di sangue. Nel frattempo un altro cinese, un inquilino del condominio che ha sentito le urla, è sceso in strada a chiedere aiuto. In quel momento su via Mamiani passano i «falchi» in borghese dell’antirapina. Fermano le moto, con le radio avvisano le pattuglie di zona. Sul posto piombano gli agenti del commissariato Esquilino. I tre, braccati, pensano di farla franca salendo sul tetto. Sopra, infatti, le terrazze dei palazzi sono comunicanti. Ma il cancelletto d’accesso è sbarrato da un lucchetto. Per i «pescetti» della mala dagli occhi a mandorla non c’è scampo. Provano a nascondere il pugnale insanguinato in un ripostiglio per i contatori, ma quando i poliziotti salgono su per la tromba delle scale, li trovano accucciati e con in mano il malloppo. Li portano giù, in strada, ammanettati, coi colleghi della squadra mobile. Sotto una piccola folla li ricopre di insulti. Poi via in Questura per un primo incontro col magistrato, quindi il varco degli scalini a Regina Coeli. Zhang, intanto, trasportata in ambulanza al San Giovanni morirà in ospedale, fuori pericolo di vita il trentenne. L’incappucciato della gang, secondo gli inquirenti della sezione Omicidi, sarebbe stato in passato ospite della foresteria illegale. A conoscenza del grosso giro di soldi avrebbe studiato il colpo insieme con i due amici. «Probabilmente - spiega il dirigente, Eugenio Ferraro - ignoravano del denaro della donna, altrimenti l’avrebbero preso». Resta da chiarire quali traffici si gestissero esattamente nell’abitazione; a chi fossero realmente destinati i soldi della donna; se a dare l’«imbeccata» ai tre «ragazzini» di Prato non fosse stato, piuttosto, un potente mandatario, con conti in sospeso nei confronti dei «romani».