Esquilino, non c’è prova del dolo

Acquisiti i contratti di affitto. La comunità bengalese attacca: «Sottovalutate molte denunce della famiglia»

«Faremo venire fuori la verità», sospira indignato Kibria Golam Mohamad, presidente dell’Associazione bengalesi d’Italia. Ma sulla tragedia che venerdì notte all’Esquilino ha visto la morte della 38enne bengalese Mary Begum e di suo figlio Hasib di nove anni, volati giù dal quarto piano del loro palazzo di via Buonarroti per sfuggire a un incendio, l’inchiesta, al momento, non sembra accreditare i terribili dubbi di Kibria. L’uomo rilancia le accuse di Hassan Mohamod, il figlio 17enne della donna morta, che ha raccontato di aver visto qualcuno lanciare un fiammifero sulle tende della casa. L’incendio che ha innescato la tragedia, dunque, secondo la comunità bengalese potrebbe essere di natura dolosa. Gli inquirenti, però, non ne sono convinti. Il giovane Hassan, naturalmente sconvolto per l’accaduto, avrebbe infatti messo a verbale versioni dell’accaduto tra loro non del tutto coerenti, e mancherebbero riscontri specifici. I vigili del fuoco, al momento, ritengono che la causa più probabile dell’incendio sia un corto circuito. Ma anche se sia il primo sopralluogo dei pompieri che i successivi rilievi tecnici del reparto operativo concordano per ora sull’ipotesi di un problema all’impianto elettrico, non si esclude nulla. Eventuali riscontri sulla natura dolosa dell’incendio potrebbero arrivare dai risultati delle analisi chimiche del Ris, che hanno prelevato in casa, ora sotto sequestro, alcuni campioni per risalire ai motivi del rogo. Ma gli esami sono complessi, e i tempi di conseguenza non saranno brevissimi. Proseguono intanto gli interrogatori, ieri sono stati ascoltati una decina di bengalesi vicini alla famiglia colpita dalla tragedia e sono stati acquisiti dai carabinieri i contratti d’affitto dell’appartamento dove abita la famiglia Mohamod, per chiarire a quale titolo abitassero i vari inquilini della casa. Sono stati infatti ascoltati sabato il «gestore» della casa, il 70enne Nicola D’Agostino, e la figlia dell’uomo, proprietaria dell’appartamento. Quest’ultima ha detto di non sapere nulla di come andavano le cose in quella casa, mentre suo padre, pur sostenendo di non sapere con esattezza chi abitasse in quella casa, avrebbe raccontato della difficile convivenza tra la famiglia bengalese e la coinquilina italiana, Palmina F., 57 anni, a sua volta già interrogata venerdì notte e poi ancora sabato sera. Parlando con i giornalisti, D’Agostino ha descritto la famiglia indiana come «gente per bene, buona ed educata», esprimendo invece dubbi sul carattere di Palmina, che pure vive lì da almeno 7 anni. «Mi assaliva ogni volta che mi vedeva - ricorda D’Agostino -, mi tirava i capelli, mi schiaffeggiava, sempre senza motivo». D’Agostino sostiene anche di aver suggerito al capofamiglia bengalese, Babul, di querelare la donna. E Kibria, che annuncia un corteo di protesta, si riaggancia a questo elemento, raccontando di litigi all’interno della casa per intemperanze e minacce della donna contro i bambini e contro Mary. «Tutti questi episodi - spiega il rappresentante della comunità bengalese - sono stati denunciati ai carabinieri, che non hanno voluto raccogliere la denuncia». Il marito, il figlio e il fratello di Mary, intanto, circondati dalla solidarietà di tutto il quartiere, sono ospiti di una famiglia di connazionali in piazza Vittorio. Aspettano i funerali dei loro familiari, ma la data è ancora incerta: se ne saprà di più oggi, quando sarà disposta l’autopsia e verrà concessa l’autorizzazione per le esequie dalla magistratura.