Essere buoni a Kabul costa molto caro: deraglia il treno degli aiuti

Due libri appena usciti per Einaudi raccontano la macchina della cooperazione internazionale con tutti i suoi limiti. E messa a rischio dalla crisi

Alberto Cairo e Susanna Fioretti sono due testimoni della sofferenza, dall’Afghanistan sempre in guerra all’Africa o lo Yemen, senza contare tanti altri fronti di emergenza umanitaria. Lui apparentemente timido, di origine piemontese lei all’opposto, spumeggiante e con l’accento romanesco sono accomunati dalla grande passione di aiutare popoli più disgraziati del nostro. E da due libri scritti con lo stesso editore, Einaudi, uno dopo l’altro. Mosaico afghano -vent'anni a Kabul, di Cairo e Involontaria - avventure umane e umanitarie della Fioretti non sono solo diari, ma raccontano gioie e dolori di chi porta speranza. Oltre alle luci, le ombre ed i limiti che segnano la cooperazione. «Oggi bisogna fare i conti con molta burocrazia, protezione del personale, volontà dei donatori e persino strategie di marketing per sopravvivere (ossia accaparrarsi i fondi combattendo concorrenza interna ed esterna) - spiega Fioretti a Il Giornale - La cooperazione sta rischiando di finire a lavorare in gran parte per se stessa. Serve una revisione generale per essere in grado di rispondere meglio ai bisogni».
Per quanto riguarda Cairo invece, laureato in legge e poi fisioterapista a Torino, l’Afghanistan, dove vive dal 1990 lavorando per la Croce rossa internazionale, è una seconda patria, o forse la prima. l’impatto con Kabul è stato in un ospedale di guerra: «C’era odore di corpi e di disinfettante. I feriti arrivavano a decine, assieme ai familiari in lacrime o urlanti. Le donne si strappavano i capelli, gli uomini gettavano il copricapo a terra maledicendo il nemico, pieni d’odio e di sgomento. Per me era un battesimo del fuoco». Cairo rifà gambe e braccia dei mutilati di guerra, ma cerca di dare speranza anche a disabili, poliomielitici, bambini con deformità congenite. Nei 7 centri della Croce rossa internazionale che ha impiantato in Afghanistan assiste ogni anno 70mila pazienti. A lavorare alle nuove braccia e gambe ci sono gli stessi mutilati di guerra o disabili. Non solo: la gomma dei pneumatici dei blindati lasciati dai sovietici serve per i talloni o le articolazioni artificiali.
E per risultati così non basta la buona volontà serve professionalità. La stessa Susanna Fioretti osserva che Involontaria è un titolo strano solo in apparenza: «Quando spiego il mio lavoro qualcuno mi guarda ammirato, come fossi una sorella di Madre Teresa, e quasi tutti mi classificano a priori una volontaria. Termine con cui si intende in genere chi lavora gratuitamente, mentre molti “cooperanti” (altra definizione ambigua) percepiscono un compenso per quanto fanno. Come chiamarli allora? Involontari non è certo la parola giusta e se l’ho usata è per provare a suscitare interrogativi sulle differenze fra volontari e professionisti dell’umanitario».
Anche Cairo è sicuramente un professionista fra i più noti, ma ci vuole un grande spirito di volontariato per dedicarsi agli afghani schivando razzi, bombe o terroristi. Per poi trovarsi di fronte ad incredibili e toccanti storie umane, come quella del mutilato Mahmud. «Mi avete insegnato a camminare grazie, ora aiutatemi a non mendicare più - scrive Cairo nel libro descrivendo un incontro con l’invalido - Non voglio le razioni della Croce Rossa, chiedo un lavoro. So bene di esser un avanzo d’uomo, ma se mi aiutate, farò qualsiasi cosa, dovessi strisciare per terra».
In Afghanistan Susanna Fioretti invece si è occupata soprattutto degli orfani e delle donne scoprendo luci e ombre degli aiuti. Di fronte all’ «Involontaria» la responsabile della cooperazione della Croce rossa internazionale a Kabul non ha usato giri di parole: «Negli spazi già inadeguati degli orfanotrofi i dirigenti (afghani nda) hanno continuato ad infilare bambini, orfani o no, che così sono quasi raddoppiati e vivono sempre peggio. Il motivo è chiaro: più ce ne sono e più fanno pena, più doni arrivano. All’istituto, perché i bambini ricevono poco o niente». L’ultimo capitolo di Involontaria è dedicato al «senso di cooperare» e sottolinea come «il treno degli aiuti in marcia da decenni abbia bisogno di una revisione». La Fioretti spiega a Il Giornale: «Capita che il treno della cooperazione deragli. A bordo si trovano a volte persone sprovviste delle competenze necessarie. O tecnici ben pagati, a cui manca però sensibilità culturale o conoscenza dei principi umanitari. Principi che peraltro non sempre si insegnano nei corsi universitari, dove si forma la nuova generazione di esperti di cooperazione». Secondo l’Involontaria bisognerebbe prevedere «un codice di condotta per i cooperanti; essere meno autoreferenziali e ottimizzare i risultati creando un data base di ogni paese in cui confluiscano le informazioni di tutti quelli che vi operano. O far sì che dieci organizzazioni dedite allo stesso tipo di programma nell’identico luogo si uniscano (non è anche questo cooperare?) risparmiando così su certi costi di funzionamento troppo alti (uno o due uffici e non dieci)».
Cairo nelle ultime righe del Mosaico afghano, con grande lungimiranza, racconta della riunione convocata dal capo delegazione della Croce rossa internazionale a Kabul, che spiega come la crisi finanziaria mondiale avrà ripercussioni sul settore umanitario. «Ha consigliato, tristemente, di tenersi pronti a tagli del budget - scrive l’autore - Che potrò mai tagliare? Gambe? Con la sicurezza che peggiora di settimana in settimana, la guerra nel Sud del paese, le mine in agguato, i seimila nuovi pazienti all’anno? La tranquillità non è nel destino dell’Afghanistan. E neppure nel mio».