Essere donne in 30 mosse

Già nel 1959 Gabriella Parca pubblicò un prezioso libro (Le italiane si confessano, editore Parenti) per denunciare usi e costumi femminili, pregiudizi diffusi e disparità che solo dopo pochi anni sarebbero stati radicalmente messi in questione mutando di fatto e di diritto i rapporti tra uomo e donna (Zavattini poi ci imbastì pure un’inchiesta cinematografica - Le italiane e l’amore - dedicata all’angusto orizzonte in cui pareva concludersi la vita morale della donna italiana tra adolescenza, educazione sessuale dei figli, ragazze-madri, matrimonio, viaggio di nozze, separazione, infedeltà, eccetera). Costruito su centinaia di testimonianze tratte dalla «piccola posta» dei settimanali illustrati, il libro della Parca fece un notevole clamore con tutto il successo che ne conseguì. Oggi però, a quasi cinquant’anni da quel bestseller le italiane pare non confessino più tanto le loro frustrazioni quanto le loro volontà. E siamo giunti a rendiconti meditati sulla esperienza vissuta dal «sesso debole» per affermare la propria autonomia con le contestazioni del Sessantotto ed altre successive istanze più o meno radicali. Giulietta Rovera ha pensato così di raccogliere i pensieri di donne che, nella ondata femminista degli ultimi decenni, hanno avuto un ruolo di protagoniste imparando in questa circostanza a mutare in un certo senso anche se stesse (Come io mi voglio. Trenta protagoniste si raccontano, Editori Riuniti, pagine 272, euro 14). Grazie alla scrittura trasparente e lineare dell’autrice noi vediamo in filigrana la vicenda di tante note «personaggie» (Dacia Maraini, Inge Feltrinelli, Adele Cambria, Piera Degli Esposti, ma anche Anna Proclemer, Franca Valeri eccetera, eccetera) che hanno segnato l’immagine della indipendenza femminile nella vita privata e professionale. Il bello è che la Rovera sceglie anche paragoni biografici che smentiscono certe banalità omologanti riguardo il destino delle «coppie» e perfino le scelte di vita delle singles. Tra passato e presente si alternano diversi ritratti della donna «indipendente» (da Virginia Woolf a Liliana Cavani), della «moglie» (Selma Dall’Olio e Giuliano Ferrara, Sonia e Leone Tolstoj), della «partner» (Maria Luisa Spaziani ed Eugenio Montale, Elsa Triolet e Louis Aragon) e mostrano con molta chiarezza fino a qual punto i famosi «ruoli» - maschile e femminile - vivano di equilibri mutevoli e originali nel condizionamento reciproco tra amore, affetto ed immancabile «guerra psicologica» tra le diverse identità sessuali e umane. In questo ambito il rapporto d’amore afferma la sua ineffabile coloritura perfino quando si è in presenza della più radicale «disparità» tra uomo e donna: come nel caso limpidamente «reazionario» di Leone Tolstoj e di sua moglie Sonia, interamente a lui dedicata fino a trascrivere riga per riga tutte le pagine di Anna Karenina e Guerra e pace. «Mio diletto, copiare le tue opere è il mio piacere più grande»: così Sonia testimoniava la sua sottomissione di moglie consentanea al coriaceo marito. E a questo punto vai a dare torto a quanti alla fine sconsigliano di andare a «mettere il dito» più di tanto in certe amorose faccende.