«Essere genitori oggi, tormento non gioia»

Nel cast l’attrice teatrale russa Ksenia Rappoport,Claudia Gerini, Pierfrancesco Favino e il cattivissimo Michele Placido. Nessuno degli interpreti fino a ieri aveva visto la pellicola.

Cinzia Romani

da Roma

Ci voleva un cordiale, ieri, per rianimare la Festa, appassita dalla sciagura di un grave incidente in città, monito fatale, se si crede al destino, a non voler ridurre l’esistente all’ente (di consumo). Così, in apertura di giornata, è stato servito l’ultimo Tornatore, La sconosciuta, intenso film del regista di Nuovo cinema Paradiso (premio Oscar, nel 1989, come miglior film straniero), qui anche autore di soggetto e sceneggiatura, nelle sale da domani. «Non è che volessi farlo a tutti i costi, questo film: non ne sentivo l’urgenza. Tale condizione m’ha permesso di lavorare bene su una storia piena di allegorie», spiega Peppuccio, che ha impiegato sei anni per riapprodare sul grande schermo, dopo il fortunato Maléna. A dire il vero, nutriva il sogno d’un kolossal (Leningrado) l’artista di Bagheria, che ha diretto attori del calibro di Mastroianni, Noiret, Depardieu, Polanski. «Tra un film e l’altro, il regista muore e il pubblico neanche se ne accorge», commenta lui, da siciliano schivo, l’amaro sempre in fondo. L’elemento russo, comunque, qui è rimasto nella persona di Ksenia Rappoport, attrice di razza che, nel ruolo della protagonista Irena, ucraina arrivata in Italia cercando fortuna e trovando il marciapiede, regala un alone di mistero al racconto. E di segreto, intorno a La sconosciuta ce n’è stato parecchio, finora: set blindato, attori a bocca cucita e inconsapevoli, fino a ieri, di che cosa avessero girato (nessuno pare abbia visto il film finito) e lei, Ksenia, star pietroburghese della prosa russa, da noi ignota, però.
La storia di Irena, mandata a battere da un Michele Placido perfetto come «Muffa», sfruttatore dal corpo glabro, oliato e massaggiato, catenona d’oro al collo e coltellaccio in mano, si svolge ai giorni nostri, nel Trevigiano (ma, in realtà, a Trieste). «Doveva trattarsi d’una città immaginaria, per sfuggire al rischio di un’identificazione certa», spiega Tornatore, alludendo a una sua personale suggestione, punto di partenza del film. «Ho letto delle torture e delle violenze cui vengono sottoposte le ragazze dell’Est, che finiscono sulla strada. Ma, in particolare, m’ha interessato la storia d’una donna che faceva figli su commissione», racconta. Qui, di bambini da vendere la derelitta ne fa nove in dodici anni, complice una levatrice senza scrupoli (Angela Molina, ancora bella) e la banda di macrò che l’hanno ridotta in schiavitù.
Ma è l’ultima figlia quella che Irena cercherà, appena libera. Si tratta di Tea (la milanese Clara Dossena, 7 anni), cresciuta tra gli agi da papà Adacher (Pierfrancesco Favino) e mamma Valeria (Claudia Gerini), orafi di professione, gente che in casa ha finte pareti con la cassaforte murata. Pur d’intrufolarsi nel cuore della loro vita riservata, col naso affondato nei riccioli della sua (presunta) ultima nata, adottata dagli Adacher, la sconosciuta non arretrerà di fronte a nulla: sarà lei l’insostituibile governante di Tea e non sarà indolore. «Per me il tema più attraente, nel disegno drammaturgico della vicenda, parte dalla domanda: che cosa ci succede, quando deleghiamo agli altri i nostri affetti?», si chiede Tornatore, per il quale «il bene e il male convivono, non abitano in domicili diversi». Per lui occorre accorgersi d’un fatto: «Oggi un genitore non vede la crescita dei propri figli come qualcosa di gioioso, ma sente che si avvicinano sempre più al fronte della guerra. In generale, tendiamo ad affidare agli estranei la gestione dei nostri affetti: mi attraeva l’idea che, in questa delega in bianco, possano entrare persone che non conosciamo. Uso, insomma, un rovesciamento drammaturgico».
Lungi dal pigiare il pedale della denuncia, La sconosciuta conta sulle musiche di Ennio Morricone, ma soprattutto su un poker di attori tanto più bravi, quanto più in ruoli defilati («amo i personaggi di contorno, ci lavoro su parecchio», nota il regista). Piergiorgio Favino,da tre mesi padre, che non vede l’ora di tornare a casa, dalla sua bimba, per Tornatore è «un basso continuo: ineliminabile dall’orchestra». Eppure, nessuno voleva la sua parte «da uomo senza qualità», scherza l’attore. Claudia Gerini, nella vita vera madre possessiva di Rosa («delego poco e guai se la nonna dà il biscottino per prima»), qui ha capito «che cosa si prova ad amare un figlio adottivo». Michele Placido, da buon pugliese, conta sul proprio numeroso clan: i suoi figli, «avuti da madri che li seguono personalmente, hanno il solo problema di capire da quale zia vanno a pranzo».