Essere o non essere comunisti? Decide Amleto

Ruggero Guarini

Le ultime strepitose notizie sui fasti del regime berlusconiano nel campo della cultura provengono dal mondo del teatro. Anzi è proprio sull’arena dell’arte teatrale che oggi risplende più luminosa la fiamma dell’egemonia che la banda fascista che oggi bivacca a Palazzo Chigi, con la sua nota arroganza, non cessa di esercitare da un pezzo in tutti i settori dell’arte e del sapere, e per ciò stesso anche su tutti i palcoscenici del Paese.
Proprio a questo abbagliante predominio dei nuovi fasci di combattimento sull’arte tragica e comica, nonché naturalmente su quella tragicomica, si deve comunque se in questi giorni la parte più colta e sensibile del pubblico nazionale, quella più aperta alla rivelazione teatrale del Bello, del Vero, del Buono e del Nuovo, potrà finalmente scoprire che oggi l’unico nostro vero teatro, il solo davvero degno del nostro presente, ma anche del nostro passato e del nostro futuro, è quello che allestiscono ogni giorno gli eredi del defunto Bottegone, detto oggi più modestamente Botteghino. Un nomettino, questo, certo più affettuoso di quello, vagamente minatorio, dal quale esso deriva, ma che in questo caso sembra del tutto improprio, visto che il teatro del quale si sta discorrendo – essendo finanziato coi quattrini generosamente erogati dal ministero dello Spettacolo dell’attuale governo totalitario guidato dal Duce di Arcore – del vero botteghino può tranquillamente impiparsi.
Chi sono dunque i nuovi grandissimi autori teatrali del nostro tempo? Quelli capaci di concepire capolavori i cui titoli meritano di figurare, nel medesimo cartellone, accanto a quelli dei drammi di Shakespeare? E ai quali conviene perciò che lo stato dittatoriale creato dal Cavaliere provveda ad assicurare, insieme a un bel gruzzoletto di euro prelevati dalle tasche dei contribuenti, anche la gloria che sempre spetta, per la loro capacità di esprimere i bisogni più profondi e le aspirazioni più nobili del proprio tempo, ai grandi artisti di regime?
Essi sono ovviamente legione. Ma i più geniali sono indubbiamente i coautori del principale dei cinque spettacoli che Luca Ronconi ha infilato quest’anno nel programma del Teatro Stabile di Torino. Si intitola Il silenzio dei comunisti, gli autori sono tre comunisti famosi per non starsene mai zitti, e la sua forma è quella di un vivace battibecco epistolare fra questi tre loquaci drammaturghi sul loro destino di comunisti votati perpetuamente al più silenzioso blablablà.
Il primo, Alfredo Reichlin, con un suo struggente monologo sul tema Essere o non essere comunisti, si è già guadagnato il titolo di «compagno Amleto». Il secondo, o meglio la seconda, la simpatica Miriam Mafai, avendo dichiarato di non rimpiangere affatto la rivoluzione, ma che le manca molto la «tensione ideale» che la esaltò da fanciulla, potrà fregiarsi del nome di «compagna Nostalgia». Al terzo, Vittorio Foa, avendo egli confessato che l’unica vera ragione per cui tacque a lungo sugli orrori del comunismo fu la paura che gli incutevano i comunisti, spetta infine di diritto il nome di «Padre Coraggio».
Viva dunque il duce Berlusconi, che a tutti i fascisti di ieri e di oggi può chiedere «A chi il teatro?» sapendo che tutti gli risponderanno «A noi!».
guarini.r@virgilio.it