«Essere piccoli è un vantaggio ma occorre uno Stato efficiente»

Molti dati indicano che il nostro sistema industriale sta reagendo alla crisi con una vitalità superiore alle previsioni. È d’accordo? chiediamo all’economista Fabio Pammolli, direttore del Cerm, centro studi indipendente di politica economica.
«Sicuramente - risponde - il rallentamento della velocità della crisi ci fa pensare che il momento peggiore è stato superato. L’andamento dell’economia internazionale resta tuttavia il problema di fondo. Ma dobbiamo riflettere su una cosa...».
Quale?
«In Italia si è sempre detto che la piccola dimensione delle imprese era un limite. La tesi dominante è sempre stata: aumentiamo le dimensioni medie. Come se si trattasse di qualcosa da poter ottenere per decreto. In realtà questa è una caratteristica strutturale del nostro modello di sviluppo industriale, e oggi, in un momento di crisi, sta dimostrando che gli imprenditori possono essere più flessibili e più capaci di aggiustamenti nel loro portafoglio di clienti e di mercati».
Si torna al vecchio concetto del piccolo è bello? Non pensa che essere piccoli significhi anche essere vulnerabili?
«Attenzione: non sto parlando di un modello da celebrare, ma di uno stato di fatto da analizzare. Il nostro tessuto economico-sociale vive di imprenditoria diffusa, di spunti e iniziative di questa natura. Semplicemente non vedo prospettive di un modello diverso».
La piccola dimensione non è un limite?
«Se si è piccoli si è anche vulnerabili. Ma non si tratta di cambiare la struttura delle imprese. Si tratta invece di creare le condizioni perché queste possano esprimere il meglio».
Quali sono queste condizioni?
«Infrastrutture, capitale umano, opportunità tecnico scientifiche, stimoli all’ingegno: tutti quegli elementi ambientali che convergono a fare sistema e a permettere all’impresa di concentrarsi sul suo lavoro».
Ci mettiamo anche il fisco, anche la burocrazia?
«Tutto quello che è nei poteri della pubblica amministrazione e che può dare snellezza ed efficienza alle imprese, senza distrarle dai loro obiettivi».
Nel mondo ci sono Paesi con un tessuto economico paragonabile al nostro?
«Direi di no, è una nostra assoluta peculiarità, che è stata poi messa a fuoco con l’individuazione dei distretti. In Italia è sempre stato forte il ricambio nel sistema produttivo, con un alto tasso di natalità di imprese e, parallelamente, con l’uscita di altre. Questo flusso continuo, riscontrabile sia nella manifattura che nei servizi, è portatore di vitalità. Altrove la dinamica è diversa, più legata all’obiettivo delle piccole di diventare grandi, o leader».
Il nostro modello è vincente anche in prospettiva?
«È il nostro modello: e con questo dobbiamo fare i conti anche nel futuro. L’importante è che possa rafforzarsi in un “ambiente” che lo favorisce e non lo ostacola. Non devono cambiare le imprese: deve cambiare la risposta dell’attore pubblico».
Lei è fiducioso?
«Nelle nostre imprese, proprio perché piccole, capitale e lavoro sono molto legati. E questo è un elemento importantissimo per reagire a qualunque crisi».