"Prima di essere transumani siamo realisti. E vacciniamoci"

L'autore di "Il futuro che verrà" spiega che cosa possiamo attenderci dalla scienza. Come le cure personalizzate

Jim Al-Khalili, nato a Baghdad nel 1962, professore di Fisica teorica alla University of Surrey, presidente della British Humanist Association, nei suoi saggi di fisica si è occupato di Maxwell e di biologia quantistica, di Schrödinger e di alieni (forse). Ora guarda in avanti, con Il futuro che verrà. Quello che gli scienziati possono prevedere (Bollati Boringhieri, pagg. 246, euro 23): come vivremo, dalla genetica al clima, dalla demografia alla biologia, dal cyberspazio alla robotica.

Possiamo davvero predire il futuro, basandoci sulla scienza?

«Se parliamo delle tecnologie future basate sulla scienza che oggi conosciamo, allora siamo in grado di fare previsioni abbastanza affidabili. Per esempio possiamo parlare del futuro della medicina, utilizzando l'ingegneria genetica o gli algoritmi dell'Intelligenza artificiale che analizzano le immagini a caccia di eventuali tumori».

Quando le previsioni diventano azzardate?

«È molto più difficile predire il futuro del progresso scientifico in generale, perché ci sono sempre delle sorprese. Credo che dire qualsiasi cosa che vada oltre un arco di vent'anni sia più una congettura».

Alcune prospettive sul nostro futuro sono molto negative. Quali sono le peggiori?

«Il cambiamento del clima, la minaccia di pandemie, la resistenza agli antibiotici, la mancanza di risorse come acqua, cibo ed energia a fronte di una popolazione in aumento. E anche l'Intelligenza artificiale, se non saremo pronti».

Quali sono i rischi di una pandemia globale?

«La preoccupazione maggiore al momento è che non siamo in grado di predire in anticipo se un particolare ceppo di virus muterà e, quindi, dai mammiferi e dagli uccelli si trasmetterà agli esseri umani. Quindi quello che dobbiamo fare innanzitutto è capire che cosa sia a causare queste mutazioni nei virus e anche creare dei virus artificiali, per studiarli più attentamente».

Altre possibilità?

«Dobbiamo assicurarci che il grande pubblico capisca l'importanza delle vaccinazioni. È molto preoccupante che oggi così tante persone in Occidente siano scettiche sui vaccini».

Le cure saranno sempre più personalizzate?

«Sì, questo sarà un progresso inevitabile e meraviglioso. Se i medici conoscono il corredo genetico di un paziente - il suo genoma - allora possono prescrivere un trattamento preciso, per il singolo individuo. Il corpo umano è così complicato che, per molte malattie, le terapie varieranno da una persona all'altra».

A che cosa ci porterà l'ingegneria genetica?

«Sono particolarmente entusiasta per le tecniche di editing genetico, come la Crispr: ci permetteranno di curare malattie genetiche che coinvolgono la singola mutazione di un gene. Se quella mutazione può essere corretta, allora possiamo sconfiggere molte patologie terribili, come l'anemia falciforme, la fibrosi cistica o la malattia di Huntington. Poi, certo, ci deve essere una regolamentazione molto stretta».

Si parla anche di trasformazione dell'essere umano. Fra i piani del transumanesimo c'è una pillola della felicità...

«In teoria sarebbe possibile. Certo, i problemi etici sono molti. L'idea del transumanesimo - cambiare la nostra biologia attraverso la tecnologia, per potenziare alcune caratteristiche - non è nuova. Alcune proposte sono molto estreme, ma abbiamo sempre usato la tecnologia per rendere le nostre vite più semplici e più ricche».

E potremo diventare anche più virtuosi, sempre con una pastiglia?

«Non credo che una pillola possa trasformare una cattiva persona in una brava persona. Però i nostri stati d'animo sono basati su processi chimici che avvengono nel nostro cervello; quindi, se questi ultimi possono essere modificati in qualche modo, non trovo alcuna motivazione scientifica per cui non sia possibile. Anche se dal punto di vista etico richiederebbe riflessioni accurate».

Quali sono i rischi maggiori di tecnologie come l'Intelligenza artificiale?

«Per me il rischio maggiore è che il grande pubblico sia spaventato da queste nuove tecnologie, e volti le spalle. E questo è pericoloso: le tecnologie rimarrebbero solo nelle mani dei ricchi e dei potenti, aumentando ulteriormente le diseguaglianze nella società».

Come saranno le smart city?

«Credo che l'Intelligenza artificiale controllerà cose come il traffico, l'ambiente e le risorse energetiche nelle città. Una volta che i molteplici aspetti delle strutture cittadine saranno collegati e gli algoritmi riusciranno a stabilire la loro configurazione ideale, saremo in grado di gestire le città in modo molto più efficiente e olistico».

Ma potremo davvero adattarci a una vita del genere?

«Certo. Lo abbiamo sempre fatto, nella storia. A mano a mano che la tecnologia avanza, la nostra vita cambia, di solito in meglio».

L'Internet delle cose sarà il nuovo Grande fratello - o la somma di «tanti piccoli fratellini»?

«Le tecnologie non sono mai buone o cattive: dipende da come noi, come umani e come società, scegliamo di utilizzarle. Dobbiamo avere una regolamentazione chiara e trasparente, per essere sicuri che chi controlla queste tecnologie agisca nel nostro interesse e per il meglio».

Quindi?

«Non è l'Internet delle cose che può diventare il Grande fratello ma, piuttosto, chi lo controlla. In teoria collegare le tecnologie, per esempio in casa, in modo che il mio frigorifero parli con la mia app per la spesa per assicurarsi che, quando il latte è finito, me lo consegnino fresco, è un altro modo di rendere le nostre esistenze più semplici e di liberarci dagli incarichi noiosi».