Un’estate all’inferno

Alessandro Massobrio

Giuseppe Ricci è uno scrittore trentenne che ha trovato nel berlusconismo il settore in cui specializzarsi e lo ha fatto attraverso due diversi generi letterari: la saggistica e la narrativa. Nel 2003, infatti, per le Edizioni Kaos di Milano, ha dato alle stampe La teledittatura. Il Berlusconismo: neocivilizzazione sociale e consenso politico. Oggi, invece, per i tipi dei Fratelli Frilli di Genova esce con questo Amarkord, a cui gli editori, prudentemente, hanno, ben visibile in copertina, premesso un «Avviso ai genitori. Contenuti espliciti». Che i contenuti (sessuali) siano fin troppo espliciti non c’è davvero discussione. Quello che invece trapela di tra le righe e che invece è implicito è il modo decisamente razzistico con cui viene presentato il sostenitore medio di Forza Italia o comunque della Casa delle Libertà. Ammiratore del Presidente del Consiglio e frequentatore estivo di Cattolica e Riccione.
Si tratta di un ritratto antropologicamente concepito in maniera deterministica. Come se il narratore ci presentasse l'esponente di una particolare specie animale, condannata dalla sua stessa essenza biologica ad un determinato comportamento, dal quale nessuno sforzo di volontà, nessun colpo d’ali, frutto della libertà di scelta, gli permetteranno mai di evadere.
La sua sorte è scontata, il suo iperedonismo non conoscerà mai una tregua. Il sistema che lo assorbe e lo controlla potrà sino all’ultimo telepilotarlo verso destini che lo trascendono completamente. Il dramma e la tragedia del nichilismo si disegnano perciò nitidamente, pagina dopo pagina, per nulla mascherati dalla lunga serie di trasgressioni che, anch'esse, pagina dopo pagina, strizzano equivocamente l'occhio al lettore.
Ma chi è questo Riccardo Spadavecchia, che Ricci ha posto come personaggio e, al tempo stesso, archetipo di tutta una specie umana, a suo giudizio, in rapido sviluppo? Si tratta di un ventisettenne ingegnere «palestrato» e continuamente alla ricerca di femmine. Poco conta l’età, pochissimo la corrispondenza psicologica. Spadavecchia va al sodo e se, per rendere più entusiasmanti le sue prestazioni, occorre «sniffare» qualche po’ di polvere, lui certo non si tira indietro.
Appassionato spettatore di quanto accade nella casa del Grande Fratello, devoto fan di Costantino, Spadavecchia segue con grande ardore la nuova moda della depilazione maschile e non nasconde una cultura vastissima - l’unica di cui sia in possesso, d’altronde - sull’universo delle graffature e della marche più in. Prima di accingersi a qualsiasi rapporto sessuale (e qui la situazione scade involontariamente nel comico) sottopone la sua partner occasionale ad una analisi minuziosissima sui suoi capi di abbigliamento. Tutto, persino gli indumenti più intimi, sono sottoposti ad una indagine merceologica, quasi che la marca e la firma avessero il potere di accrescere la tensione erotica.
Questo dunque il prodotto medio della dittatura mediatica berlusconiana? Questo il servo sciocco di un totalitarismo dolce quanto onnipervasivo? Non vorremmo che Riccardo Spadavecchia si riducesse all’immagine speculare che la sinistra riesce a percepire di sé nel proprio spettro visivo e che poi proietta sul suo nemico di sempre. Grazie ad un gioco di rimozione perverso quanto, in fondo, gratificante. In fondo, questo relativismo etico, questo nulla che sorregge, o meglio, non sorregge il protagonista di questa storia, viene da molto lontano. È il nulla di Sartre, di Bataille, di Kojève, di Marcuse, degli adelphiani più intriganti ed esoterici, che sono o non sono prodotti della sinistra?
Giuseppe Ricci, Amarkord. Un’estate all’inferno, Fratelli Frilli Editori, Genova 2005, pag. 189, euro 8,50.

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